UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata uno

Martina stava seduta nella sala d’aspetto del Reparto Infettivi dell’ospedale. Cercava invano di sfogliare una rivista, ma le sue mani rese viscide dal sudore, non potevano voltare le pagine. Non sarebbe neppure riuscita a leggere i titoli cubitali dei vari servizi fotografici perché l’ansia che le attanagliava lo stomaco le impediva di concentrarsi su qualsiasi cosa; la turbava il motivo che l’aveva spinta a trovarsi in quel posto. Fra non molto avrebbe conosciuto il risultato delle ultime analisi e di conseguenza il destino che le avrebbe condizionato il futuro che sarebbe potuto anche essere di breve durata…
Dopo un periodo di tempo che le parve interminabile, la porta si aprì, un’infermiera dal camice immacolato e il tono di voce impersonale, guardandosi intorno come se la sala d’aspetto fosse gremita di persone, chiamò:
«Signorina Martina Calvi? Si accomodi prego…»
Martina si sollevò a fatica sulle gambe tremanti ed entrò come in trance nello studio dell’ematologo che l’aspettava seduto dietro a scrivania.
«Prego si accomodi…» fu il saluto del medico.
Martina si sedette .
«Sono lieto di poterle confermare che gli ultimi esami hanno dato un esito negativo al test dell’H.I.V., e da quanto mi ha raccontato credo che possa considerarsi una miracolata».
 Il medico era gentile pur mantenendo un tono distaccato. Martina si sentì svenire dal sollievo.
«A quando risale quel suo rapporto a rischio?» le chiese ancora l’ematologo.
«Cinque anni fa, avevo solo sedici anni…» rispose la ragazza con voce rotta, prorompendo poi in un pianto irrefrenabile e liberatorio.




Cinque anni prima

Martina nella sua stanza si guardava allo specchio e vedeva riflessa l’immagine di una sedicenne scialba, dai capelli né lunghi né corti di colore biondo cenere e troppi brufoli sul viso. I lineamenti erano simili a quelli di sua madre, ma non altrettanto attraenti, almeno secondo il suo punto di vista. Il suo fisico non era neanche male, se non fosse sempre stato paludato in jeans troppo morbidi e maglie informi adatte a nascondere forme ancora imbarazzanti. La ragazza si guardava intorno e nulla di quello che vedeva nella stanza era di suo gusto. L’armadio e il cassettone erano stati ereditati dalla casa di campagna in Toscana, appartenente alla nonna paterna, sua madre li aveva oltremodo decantati definendoli mobili di gran pregio, però l’insieme risultava comunque troppo pesante per la cameretta di una teenager, e inoltre facevano a pugni con la libreria di legno di frassino ereditata dalla stanza di Davide, il fratello maggiore. Certo lui era un vincente… assomigliava molto alla madre nei lineamenti come nel carattere, la stessa sicurezza e l’assoluta determinazione nel raggiungere le mete. Davide studiava ingegneria e non accettava un voto che fosse inferiore a trenta, gli bastava studiare tre ore al giorno, era molto intelligente e possedeva una memoria di ferro. I genitori gli avevano appena regalato l’arredamento della sua camera studio, tutta pelle e cromature, molto adatta a un futuro ingegnere. I mobili della vecchia stanza erano stati divisi quasi equamente tra la camera di Martina e quella di Simone, il fratello minore, perché la camera della ragazza era grande solo la metà rispetto all’altra, ma sua madre riteneva che i ragazzi avessero bisogno di uno spazio maggiore. Il ragazzo aveva due anni meno di Martina, intelligente almeno quanto Davide anche se molto meno volonteroso negli studi, brillava però negli sport e tutti erano concordi nel definire la sua simpatia assolutamente irresistibile.
Davide è un genio, Simone un mostro di simpatia, e Martina, Martina invece…
Non c’era alcun compiacimento o dispiacere in quella constatazione, la ragazza ne era freddamente consapevole, era come se dicesse:
“Ho gli occhi verdi…”

Come si dice SCUOLA?

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STIRPE DI DONNE

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