Vent'anni fa moriva: il nove settembre 1998, a Milano, Lucio Battisti, nato il 5 marzo 1943 a Poggio Bustone (Rieti).

Battisti è stato un numero uno della canzone italiana. Così come nel romanzo di Paolo Giordano "La solitudine dei numeri primi", anche nel suo caso mano a mano che procedeva con il proprio successo personale Battisti si era andato via via appartando - qualcuno potrebbe affermare che era in parte andato pure lui - finendo come la sua collega e amica Mina per defilarsi dalle scene. Mina però le volte in cui veniva ripresa o fotografata appariva sempre allegra come nel passato. Lucio invece non amava venire inquadrato dall'obiettivo e la sua espressione era di conseguenza urtata. Così come per gli ultimi dodici anni e i cinque dischi realizzati con Pasquale Panella ai testi molti dei suoi ex ammiratori lo consideravano quasi morto, dopo la sua morte effettiva una moltitudine di ammiratori ha cominciato a considerarlo ancora vivo in virtù del suo precedente sodalizio: quello con il paroliere Giulio Rapetti in arte Mogol. Con Mogol, Battisti lavorò splendidamente per oltre dieci anni, realizzando canzoni che ancora vivono nella memoria e soprattutto nel cuore, patrimonio non solo di chi era giovane negli anni Settanta, ma anche di chi lo è adesso, negli anni del secondo millennio dopo Cristo e che ora, come in un tempo lontano, ha bisogno di un Redentore a cui affidarsi con le opere da lui prodotte - comprese quelle musicali - per sognare e magari edificare a sua volta opere edificanti. La coppia Battisti-Mogol scrisse per tre quarti canzoni da far eseguire a Lucio, ma per un quarto vennero prodotte canzoni affidate ad altri cantanti: Patty Pravo, Little Tony, Johnny Dorelli, Dik Dik, Formula Tre. Il decennio dei Settanta fu un'epoca particolare, soprattutto in quel Paese particolare che l'Italia sempre è stato. Così la coppia Mogol-Battisti dovette attraversarlo con tutti gli orrori che il decennio produsse: attentati, stragi, uccisioni singole in un singolare guazzabuglio che solo la schizofrenia tutta italiana poteva e può produrre. Quando poi con gli anni '80 e la sua maggiore calma si sarebbe potuto lavorare con più serenità, ecco Battisti abbandonare Mogol per una non ancora chiara ragione - anche se probabilmente legata ai diritti d'autore. L'Acqua azzurra, acqua chiara del successo di alcuni anni prima - 1969 - si era tramutata col tempo in acqua limacciosa e scura collegata al denaro, che spesso sporca e oscura tutto quanto. Sempre di liquido si trattava, ma non più così potabile da poterlo bere. Anche se cercavano di darcela a bere riguardo al perché della loro rottura, dei cui punti non eravamo e non siamo interessati perché se uniti fra loro con delle linee il disegno ottenuto sarebbe simile a un quadro astratto e incomprensibile. Dopo un'unica parentesi che vide la moglie di Battisti come coautrice ma non vide un riscontro soddisfacente da parte di critica e pubblico, trascorsero ben quattro anni prima che l'artista laziale si riaffacciasse alla ribalta. Questa volta con un diverso paroliere: Pasquale Panella, e con il primo di cinque dischi dove le musiche - che già erano cambiate come stile nell'ultima collaborazione del 1980 con Mogol, che erano proseguite su quest'andazzo nel 1982 con la moglie - si erano ora ulteriormente modificate, con un uso - o abuso - di elettronica e con un approccio lavorativo diverso rispetto al periodo Mogol. Se con questo infatti il testo nasceva dalla musica, con Panella era la musica a nascere dal testo. E siccome i testi erano volutamente ben poco comprensibili, anche le musiche seguivano a ruota. Una ruota che finì per allontanarlo sempre più dalla strada maestra tracciata dal primo Battisti e dal suo primo, storico, e non isterico collaboratore, e che finì per portarlo in un terreno incoltivabile dove non era possibile piantare alberi che dessero buoni frutti. Forse, chissà, nelle intenzioni di Lucio (e di colei che gli viveva accanto) c'era l'idea di imporsi esclusivamente con la musica e con la voce, facendo passare il testo in secondo piano. Ma se pur è vero che in una canzone è la musica quella che più conta (altrimenti non si spiegherebbe come canzoni anglo-americane ascoltate da gente che per la massima parte è digiuna di inglese, le apprezzi o non le apprezzi in base alla musica) ciononostante un buon testo, qua si intende per le canzoni italiane, risalta non poco. E siccome i testi di Mogol di solito non erano certo da poco, si capisce cosa qui si intende. Comunque noi ricorderemo sempre Lucio Battisti così come era in quel terribile, temibile ma cionondimeno meraviglioso e nostalgico decennio dei Settanta, e nel rivederlo in video ne apprezzeremo la simpatia di allora emanata dalla sua faccia tipicamente romana, così come il romano generalmente è: bonaccione, generoso, di buona compagnia.

Antonio Mecca 

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