LA MADRE

Scende dal bus delle vedove. Si prende in centro. Tutte le mattine si riempie, quasi sempre le stesse anziane vestite di scuro, quasi una confraternita. Tutte scendono alla meta comune e, dopo un breve tratto, vanno a sedersi vicino a chi le ha lasciate sole. Non hanno altro da fare. Gli raccontano della loro scarna vita. Come hanno cenato, una chiacchiera di ballatoio, un doloretto fastidioso. Venirlo a trovare diventerà sempre più difficile. Sistemano un fiore che non ne ha bisogno, spesso non è vero. Plastica o tessuto cerato. Lei no, È vedova di lungo corso. Lui, chissà dove ormai lo hanno traslato. Anche una tomba costa. Lei è qui per un legame più forte. È il figlio, che se n'è andato.
Prima di lei. Nel pieno delle promesse e delle speranze, lasciando un vuoto vero, profondo. Magra, allampanata, nonostante la statura contenuta. Il dolore può dare dignità. Il vestito tenuto in forma da una cintura lasca, testimonia altri vissuti più felici. Nei capelli grigi una molletta colorata richiama vezzi antichi. Senza lacrime, le ha già asciugate tutte, si accovaccia accanto alle pietre che delimitano la tomba. Prende un sassolino, lo guarda, lo sfrega tra le mani, inumidisce un dito e cancella una macchietta terrosa. Sfrega di nuovo il sassolino e lo mette giù. Ne prende un altro e ricomincia il suo lavoro ossessivo di pulizia certosina. Si sente in contatto con quello che c'è là sotto, oggetto della pulizia definitiva che si sta compiendo tra le assi della bara. Una specie di 'horror vacui'; si è impadronito della sua mente, paralizzando volontà e giudizio. Inebetita da un dolore inesprimibile, sola, raccoglie i fiori vecchi, va a buttarli. E con loro butta i sogni ormai inesprimibili e il suono di voci infantili che mai la chiameranno 'nonna'. Poi si avvia all'uscita, verso quell'autobus che riporta le vedove e le non più madri, alla loro solitudine.

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