AVEVA RAGIONE DON FERRANTE

Si, va bene, ma chi era?

Nel maggio del coronavirus e alla luce degli ultimi fatti di cui alcuni milanesi si sono resi protagonisti, mi ritornano in mente I Promessi Sposi.

I fatti di cui parlo sono le immagini di una sera di maggio del 2020, anno I del coronavirus.

Dopo quasi due mesi di confinamento in casa ci viene detto che dal 04 maggio saremmo potuti uscire di nuovo. Le indicazioni su cosa fare e cosa no erano chiare... abbastanza chiare, per precisare.

I primi giorni della settimana i commenti di Governo e Sindaco sono all'insegna dell'ottimismo.

Si lodano il senso di responsabilità e il rispetto delle regole suggerite dagli scienziati.

Perché, ci viene ricordato in ogni momento, il virus è ancora qui che circola.

Ce lo ricordano, ogni santo giorno, i numeri di contagi e di decessi in Lombardia.

Sono in decrescita è vero, ma pur sempre alti.

E poi... e poi succede il patatrac.

Zona Navigli, gente assembrata. Una fotocopia della movida dei tempi che furono.

Lo so, basta andare indietro al solo mese di gennaio per parlare di normalità ma visto cosa è successo nel frattempo, mi sembra davvero un'era geologica addietro.

Scatta l'indignazione del Sindaco, scatta la rabbia di molti, compresa la scrivente.

Devo essere sincera.

E allora, potrei scrivere le solite frasi retoriche su responsabilità individuale e responsabilità verso gli altri. Potrei scrivere raccomandazioni di ogni tipo... potrei...

e invece NO.

Mi torna alla mente il personaggio di Don Ferrante ne I Promessi Sposi. Chi era costui?
Manzoni ce lo presenta una prima volta nel capitolo XXVII.

È il marito erudito, a suo dire, di quella Donna Prassede che accoglie in casa a Milano Lucia sfuggita alle grinfie dell'Innominato. Don Ferrante vive nel suo mondo e nel suo studio abitato da libri che parlano di astrologia, filosofia antica dai roboanti titoli in latino, testi sulla natura e la sua vera specialità: magia e stregoneria.

Quando la peste si affaccia a Milano, e siamo oramai al capitolo XXXVII, Manzoni ci dà due pennellate del personaggio.

La prima dice: "[...] Di donna Prassede, quando si dice ch’era morta, è detto tutto; ma intorno a don Ferrante, trattandosi ch’era stato dotto, l’anonimo ha creduto d’estendersi un po’ più; e noi, a nostro rischio, trascriveremo a un di presso quello che ne lasciò scritto.
Dice adunque che, al primo parlar che si fece di peste, don Ferrante fu uno de’ più risoluti a negarla, e che sostenne costantemente fino all’ultimo, quell’opinione; non già con ischiamazzi, come il popolo; ma con ragionamenti, ai quali nessuno potrà dire almeno che mancasse la concatenazione [...]
"

La conclusione del capitolo ci dice: "[...] His fretus, vale a dire su questi bei fondamenti, non prese nessuna precauzione contro la peste; gli s’attaccò; andò a letto, a morire, come un eroe di Metastasio, prendendosela con le stelle.

E quella sua famosa libreria? È forse ancora dispersa su per i muriccioli".

Eleanor


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