UNA RISPOSTA REALISTICA IN PERIODO DI CRISI

Un po’ più di occupati, un pò meno di ore lavorate, un po’ meno di retribuzione, ma senza crescita si rischia il collasso

I dati Istat relativi a Giugno indicano che la (lieve) crescita occupazionale si è bloccata al mese di maggio, adesso anzi cala leggerissimamente (- 6.000 unità). La curva dell'occupazione, che aveva ripreso a salire dopo il calo del secondo semestre 2018, si è nuovamente fermata.
Da notare che la fine della crescita occupazionale è essenzialmente dovuta al calo del numero dei lavoratori autonomi (- 58.000 rispetto a maggio, pari a - 1,1%) non compensato dall'aumento modesto dei subordinati (+ 0,3%). Il che però mette in luce il fatto che la crescita dei mesi precedenti era robustamente sostenuta dall'aumento dei lavoratori autonomi (+0,15% mediamente negli ultimi 3 mesi) molto vicino a quello dei dipendenti (+0,23%). L'aumento dei dipendenti a giugno resta nello stesso ordine di grandezza (0,3%) ma viene a mancare il contributo degli autonomi. Nella sostanza, per quanto concerne i dipendenti, tra il secondo semestre 2018 e il primo 2019 c'è una crescita reale anche se non impetuosa ( + 1%).
Anche il processo di riequilibrio tra contratti stabili e a termine, iniziato con le incentivazioni del Jobs Act (2015) pare aver raggiunto la conclusione: il dato di giugno 2019 su maggio mostra un incremento uguale per entrambe le tipologie (+ 0,3%). Anche il dato del secondo trimestre rispetto al primo evidenzia tassi di crescita simili (+ 0,8% i contratti stabili, + 0,6% quelli a termine). Naturalmente i numeri assoluti delle due tipologie contrattuali restano ben distanti: i contratti stabili sono 15.053.000, e hanno ormai superato i numeri ante crisi (non sono comunque mai scesi sotto i 14.428.000, nonostante i media rappresentassero un paese fondato sul precariato...) e quelli a termine 3.072.000, circa 900.000 in più del periodo precrisi. Il fatto che gli incrementi percentuali delle due tipologie sia sostanzialmente analogo dimostra che, almeno nell'attuale congiuntura e più probabilmente in termini strutturali (come in tutta Europa) esista uno spazio incomprimibiledi lavoro cui le imprese ritengono opportuno far fronte con contratti flessibili (quantificabile mediamente tra il 15% e il 20%). Non c'è Decreto Dignità che tenga: la Job Property non esiste più e non può certo essere riportata in vita ope legis.
Un altro dato negativo, che però viene oscurato dal calo (- 0,1%) del tasso di disoccupazione, è che il tasso di inattività (persone che non lavorano e non cercano lavoro) è inscalfibile: 34,3% delle persone in età da lavoro, come ormai da 8 mesi e + 0,2% rispetto a un anno fa. La sensazione, del resto in linea tutti i dati sopra citati, è che sul piano occupazionale si sia arrivati al fondo del barile, almeno nella situazione data e con gli strumenti esistenti. Del resto con il PIL ormai proteso alla crescita zero è difficile pensare che si creino le condizioni per un aumento della partecipazione al Mercato del Lavoro.
Viceversa ci sono i segnali che stia ripartendo un riflesso classico del sistema economico in tempi di crisi o stagnazione: la diminuzione delle ore lavorate ed eventualmente la loro redistribuzione tra gli addetti. Partiamo da un dato (dicembre 2018) che vede il monte ore lavorate annuo inferiore del 5,8% a quello del 2008, nonostante gli occupati siano più numerosi: l'INPS informa che a Giugno 2019 le ore di Cassa Integrazione autorizzate sono state del 42,6% più numerose di quelle di 12 mesi fa, e in maggior parte di CIG Straordinaria, quindi non di breve termine. A fine 2019 il monte ore lavorate sarà ancora sceso sensibilmente, con effetti certamente sulle retribuzioni e poi, forse, anche sull'occupazione stessa.

Milano, 1° agosto 2019
(a cura di Claudio Negro)

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