INCONTRO AL LAGO

Di Albertina Fancetti
Capitolo due



Il trillo intermittente della sveglia trafisse le orecchie di Luciano, strappandolo brutalmente dalle braccia di Morfeo. Con gli occhi ancora chiusi, mosse goffamente le mani verso il comodino, nel tentativo di porre fine a quel fastidioso tormento.
« Accidenti! Chissà perché mi sono convinto che oggi sia un giorno di festa» pensò con la mente ancora annebbiata. Il rumore familiare del cucchiaino che girava all’interno della tazzina del caffè lo convinse ad aprire gli occhi, proprio nel momento in cui sua madre si affacciava sulla porta della stanza, porgendogli il buongiorno insieme alla bevanda calda che diffuse il suo aroma all’interno del locale. Il caffè lo rimise subito in sesto e Luciano balzò dal letto, aprì la finestra per accertarsi delle condizioni atmosferiche di quella bizzarra primavera milanese, che sottoponeva gli abitanti a repentini sbalzi di temperatura. Dovette infatti constatare che il clima era insolitamente rigido e una pioggia scrosciante scendeva dal cielo plumbeo. Si diresse quindi verso la stanza da bagno per prepararsi: teneva molto alla cura della propria persona, ma per carattere detestava gli eccessi di eleganza e i profumi dall’aroma troppo intenso. Due gocce di un fresco dopobarba e un abbigliamento casual chic rappresentavano l’immagine in cui si sentiva a suo agio. In poco meno di mezz’ora fu pronto per uscire, salutò la madre dalla soglia di casa e, afferrando la sua cartella da manager, si diresse verso l’ascensore. Distrattamente pigiò il tasto del pianoterra, sistemandosi per l’ennesima volta il ciuffo ribelle davanti allo specchio. Dopo alcuni minuti si accorse che il suo viaggio all’interno dell’abitacolo cominciava a diventare piuttosto lungo… avrebbe infatti dovuto fermarsi al piano richiesto già da parecchio tempo, mentre invece continuava a scendere, sempre alla stessa velocità, senza precipitare. Quella discesa sembrava durare all’infinito e Luciano cominciava a sentirsi allarmato. Dal quadrante luminoso i numeri corrispondenti ai piani erano scomparsi, e avvertiva solamente il sibilo dei cavi d’acciaio che sostenevano l’ascensore. Picchiò i pugni sulle pareti metalliche provocandone un sonoro rimbombo, ma la corsa non accennava a finire. Ormai in preda al panico, aveva la gola talmente contratta da non riuscire a emettere alcun suono. Nello specchio vide riflesso il suo viso diventato di un pallore mortale e si accasciò contro la parete sentendosi le gambe molli per la paura. Proprio in quel momento l’ascensore si fermò e Luciano si sollevò prontamente, buttandosi fuori da quella gabbia infernale.
Si trovò a camminare in un ambiente ignoto, lungo una banchina lastricata di pietre rettangolari, avvolto in una fitta nebbia, mentre sentiva il rumore dell’acqua scorrere a pochi passi. Ciò che lo colpì fu l’odore di quello strano luogo: intenso, sembrava l’insieme di molti effluvi che appartenevano a un mondo a lui sconosciuto. Da poco lontano giungevano delle grida umane, dei comandi a cui rispondeva un coro di voci ritmate, soffocate dal rumore dei remi che affondavano nell’acqua. Sentì un miagolio accanto a lui e due occhi verdi apparvero nella nebbia, simili a fanali luminosi. Luciano provò un sollievo indescrivibile alla vista della piccola creatura: finalmente qualcosa che gli era familiare. Aveva sempre amato i gatti e ne aveva anche posseduto uno quando era bambino. Si inginocchiò allungando la mano verso la bestiola. Il gatto emerse da quel nulla ovattato e grigiastro, avvicinandosi guardingo. Era di proporzioni notevoli, ricoperto da uno splendido pelo grigio azzurro, la grossa testa con le orecchie diritte e lo sguardo fermo. Girò attorno a Luciano, annusandolo a più riprese e, incuriosito dal suo odore sconosciuto, fece una buffa smorfia con la bocca semiaperta. Dopo un’accurata ispezione delle sue scarpe, cominciò a strusciare il corpo robusto contro le sue gambe spingendolo poi con lievi testate. Luciano lo accarezzò parlandogli dolcemente e il gatto fece le fusa, emettendo un profondo brontolio di soddisfazione.
«Bravo gattone! Forse tu mi sai dire dove diavolo sono finito?»
Il gatto gli rispose con un miagolio e si incamminò lungo la banchina, voltava di tanto in tanto la testa rotonda, come per assicurarsi che Luciano lo stesse seguendo.
L’orologio di un campanile poco distante batté le ore, erano le otto, la nebbia si stava sollevando lasciando intravedere l’acqua scura che scorreva pigramente lungo il naviglio, che Luciano stentava a riconoscere come quello di Milano. Una brezza umida che lo fece rabbrividire, spazzò via le residue ragnatele di foschia e poco lontano apparve la darsena: grande come un lago, con le rive coperte di prati lussureggianti fradici di quell’umidore, sui quali sorgevano grandi magazzini di legname e carbone. Una grossa chiatta solcava lentamente le acque cupe, gli uomini a bordo avevano la pelle annerita dalla fuliggine, indossavano calzoni di tela grossolana di colore scuro e camiciotti di un pesante tessuto dall’aspetto peloso. Tutti portavano al collo una sciarpa rossa e sul capo berretti di lana, ai piedi calzavano grossi zoccoli di legno e calzettoni dall’aspetto ruvido. Alcuni remavano, altri stavano appoggiati a pesanti blocchi di marmo, controllandone la stabilità. Luciano, fermo sulla banchina, fece ampi cenni di saluto agli uomini dell’imbarcazione che, appena lo scorsero, rimasero con i remi a fior d’acqua osservandolo con viva curiosità.
«Vi prego, sapete dirmi dove mi trovo?» chiese Luciano.
«Siete a Milano signore, alla darsena, poco lontano dal Borgh d’i Formagiatt» gli rispose in dialetto, un giovanotto dall’aspetto robusto.
«Sapete dirmi che giorno è oggi?»
«Certo signore, oggi è il venticinque aprile. Vi siete forse ubriacato ieri sera, signore, e il buon vino vi ha fatto perdere la memoria?» un coro di allegre risate si alzò dalla chiatta alla battuta del loro compagno.

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