l Giallo Delle Ore 8

INDAGINE IN BIANCO E NERO
Capitolo sette

Uscito dal negozio fotografico cavai di tasca lo smartphone e composi il numero della motorizzazione civile. Mi rispose la voce gentile di una donna.
- Motorizzazione civile, buongiorno.
- Buongiorno. Vorrei per favore conoscere il recapito del proprietario della seguente targa automobilistica - e così dicendo le snocciolai i numeri trascritti sul taccuino.
- Lei chi è, mister…
- Mallory. Phil Mallory. Sono un detective privato.
- Con quel nome lì, non poteva essere altrimenti - scherzò la donna. - È probabilmente riguardouna sua indagine, è così?
- Sì, riguarda una mia indagine - conf
- Va bene. Attenda, per favore.
Attesi, godendomi nel frattempo la leggera pioggia che continuava a cadere dal giorno prima dolcemente, rimbalzando sul selciato, sconnesso come buona parte degli esseri umani che lo percorrevano. Sembrava quasi che volesse prendere la rincorsa verso il cielo, come a voler tornare alle nuvole dalle quali era scesa. Ma oramai il contatto con la strada l’aveva irrimediabilmente sporcata, e la purezza celeste non poteva più riammetterla al suo cospetto.
- Pronto?
- Sono sempre qui.
- Le invio il nome da lei richiesto. Buongiorno e buon lavoro.
- Grazie.
Dopo avere riattaccato, di lì a poco mi apparve sul display la seguente scritta:
Robert Larkin, Camino Real, 87 strada, numero 15.
Annuii a me stesso, risalii sulla Dodge e riavviai il motore, dirigendomi in direzione del Camino Real, che distava da Harlem circa sessanta miglia. Lasciai perciò la strada nazionale per raggiungere il più vicino imbocco dell’autostrada, e da lì: dopo un doppio tornante che mi riportò nella parte della città che avevo appena attraversata. Eccomi correre per quanto il codice della strada lo permettesse verso il Camino Real, un cui cartello segnaletico bianco su fondo verde (conoscevo il colore perché sapevo che quello era) stava lì a segnalarlo.
Il traffico scorreva rapido e fluente, in una serie di lunghe strade che si avvolgevano e svolgevano come vecchi nastri di antiquate macchine per scrivere, dove le auto che vi transitavano erano come le parole sopra stampate atte a formare frasi senza senso.
Il cielo si andava schiudendo, e con lui andava schiudendosi anche la mia mente, la quale ricostruiva quello che era accaduto nelle ore e nei giorni precedenti. Uscii dall’autostrada rallentando, ed eccomi nei pressi del Camino Real, una cittadina conglobata come molte altre dalla mega città di Los Angeles, che aveva però mantenuto la sua identità riducendosi a un semplice quartiere periferico che mai si sarebbe sviluppato per raggiungere la pienezza della propria identità. Questo era forse un bene, poiché le strade, le case, gli esercizi commerciali avevano mantenuto negli anni una dimensione umana che permetteva ai residenti, in modo particolare ai più anziani, un tenore di vita non da urlo, ma sufficientemente tranquillo perché lontano dalla downtown, dal centro città esasperante con il suo caos visivo e acustico, con le sue luci violente e quasi stupratrici, con i suoi continui inviti tentatori mediante messaggistica pubblicitaria luminosa e ipnotizzante, alla Blade Runner, un film ambientato in un futuro che oramai per noi era già passato per come era stato immaginato nell’anno della sua realizzazione.
L’Ottantasettesima Strada era una via tranquilla, poco frequentata, e per nulla interessante. Constava di una ventina di costruzioni suddivise nello spazio di due miglia, intervallate da giardinetti spelacchiati come molti vecchi frequentatori, facenti parte di una umanità intristita dalla vecchiaia, che sedeva leggendo il giornale o un libro, oppure parlottando fra loro, e spesso dormicchiando, rivivendo nel sonno il sogno della propria passata giovinezza.
Giunto davanti al numero 15 rallentai, per poi fermarmi una cinquantina di metri più in là. Scesi dall’auto e tornai a piedi al numero civico che mi interessava. Un vecchio arrancava nella mia direzione, senza sollevare lo sguardo dalla strada che andava percorrendo, sguardo appesantito dai pensieri plumbei che gli attraversavano la mente. Forse si trattava di un vecchio emigrante al quale nel suo paese di origine avevano raccontato che le strade americane erano lastricate di monete d’oro, e quindi ancora ci credeva e ancora stava attento a non calpestarle e pronto a raccoglierle.
Ma le strade delle città americane erano invece lastricate con il sudore e il sangue versato dai lavoratori, che da qualunque nazione provenissero avevano dovuto lavorare duramente, eccezion fatta per i criminali italiani, irlandesi, ebrei, olandesi e ovviamente per i natural born americans, cioè i vari Dillinger, Barrow, Parker e via enumerando, i quali in quanto a ferocia non erano secondi a nessuno.
Il numero 15 corrispondeva a un palazzo alto tre piani, composto: come dalla schermata potevo appurare, di sei appartamenti. Il nome R. Larkin veniva riportato su uno di questi.

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