ACCADDE IL 17 DICEMBRE


L'attentato di Fiumicino del 1973 fu un attentato terroristico palestinese che il 17 dicembre colpì l'aeroporto di Roma-Fiumicino uccidendo 34 persone e causando il ferimento di altre 15.


Il 17 dicembre 1973 alle ore 12:51, un commando terrorista palestinese composto da 5 persone, fece irruzione all'interno del Terminal di Fiumicino. Gli uomini dopo aver estratto armi automatiche ed esplosivi dalle loro valigie, si sono fatti strada all'interno del Terminal fino alla pista sparando all'impazzata e uccidendo 2 persone. Raggiunta la zona di parcheggio dell'aeroporto, i terroristi si sono diretti verso il Boeing 707 della Pan Am, volo 110 per Teheran con scalo a Beirut delle 12.45, e vi gettarono all'interno una bomba al fosforo e due granate dirompenti. Gli assistenti di volo tentarono di evacuare il velivolo il più velocemente possibile aprendo le uscite di emergenza sulle ali, dal momento che le altre erano ostacolate dai terroristi; molti passeggeri riuscirono a scappare, ma 30 rimasero uccisi. Tra questi quattro italiani. Nell'attacco perse inoltre la vita il finanziere ventenne Antonio Zara che, giunto per primo sul luogo dell'assalto a seguito dell'allarme generale emanato dalla Torre di controllo dell'aeroporto, tentò di contrastare i dirottatori. L'attacco risultò essere talmente fulmineo, da non consentire un'adeguata risposta da parte delle forze dell'ordine. All'interno dell'aeroporto infatti in quel momento erano in servizio 117 agenti: 9 carabinieri, 46 finanzieri e 62 poliziotti, dei quali soltanto 8 erano addetti al servizio anti-sabotaggio; un numero irrisorio per un aeroporto intercontinentale come Fiumicino. Il tutto aggravato dal fatto che la struttura aeroportuale non era assolutamente adatta alla prevenzione di attacchi terroristici, in quanto concepita in un'epoca in cui tali eventi non erano prevedibili. Compiuta la strage, il commando si diresse verso un Boeing 737 della Lufthansa che era parcheggiato in attesa di partire per Monaco di Baviera. Vi fecero salire alcuni ostaggi, tra cui sei agenti della dogana di Fiumicino; costrinsero quindi l'equipaggio, che già era a bordo, a muovere l'aereo verso la pista per poter decollare. L'aeromobile venne inseguito, per la prima parte del rullaggio, da diversi veicoli dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, i quali poi abbandonarono l'inseguimento in seguito alle minacce dei dirottatori di uccidere tutti gli ostaggi a bordo. Alle 13.32, poco più di mezz'ora dall'inizio dell'azione, l'aereo decollò alla volta di Atene dove arriverà alle ore 16:50. Qui i dirottatori chiedono alle autorità elleniche di liberare due terroristi palestinesi detenuti nelle carceri greche, accusati di essere gli autori dell'attentato all'aeroporto di Atene del 5 agosto 1973. Le trattative proseguirono per circa 16 ore, durante le quali i dirottatori uccisero un ostaggio italiano, l'addetto al trasporto bagagli Domenico Ippoliti, il cui corpo verrà abbandonato sulla pista per sollecitare il governo greco a soddisfare le loro richieste. Tuttavia, in seguito al rifiuto da parte dei due detenuti di unirsi al commando, i dirottatori furono costretti a rinunciare ad ogni richiesta ed a ripartire, stavolta con destinazione Beirut. Le autorità libanesi però rifiutarono di concedere all'aereo l'autorizzazione per l'atterraggio e occuparono le piste dell'aeroporto con autobus e camionette. Anche Cipro fece lo stesso. Fecero così scalo a Damasco, dove le autorità siriane rifornirono l'aereo di viveri e carburante. Dopo circa 6 ore decollarono di nuovo alla volta di Kuwait City, dove l'aereo si fermò definitivamente.

Il dirottamento terminò nella tarda serata del giorno successivo all'Aeroporto Internazionale del Kuwait, dove vennero liberati gli ostaggi. I terroristi negoziarono la loro fuga ma vennero comunque catturati poco tempo dopo.  Le autorità kuwaitiane, dopo aver interrogato i terroristi, decisero di non sottoporli a processo e valutarono la possibilità di consegnarli all'Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP). I fattori che entrarono in gioco a questo punto furono complessi, e scatenarono un caso diplomatico che vide scontrarsi molti paesi arabi, europei e gli USA sulla sorte che avrebbero dovuto fare i terroristi e su quale nazione avrebbe dovuto processarli. L'Italia, nonostante fece formale richiesta di estradizione all'emirato arabo, non era realmente intenzionata a processare e detenere i terroristi in proprio territorio. Alla fine di estenuanti vicende internazionali, nel 1974 il presidente egiziano Anwar Sadat acconsentì che venissero portati al Cairo sotto la responsabilità dell'OLP e che venissero processati dalla stessa per aver condotto un'"operazione non autorizzata". Rimasero in carcere fino al 24 novembre del 1974, giorno in cui in seguito a dei negoziati avviati durante il dirottamento di un aereo britannico in Tunisia, compiuto proprio per richiedere la loro scarcerazione, i cinque uomini del commando vennero liberati in Tunisia con la complicità di molti governi arabi, europei e del governo americano. Da quel momento non ci sono state più notizie certe sulla loro sorte, e sparirono probabilmente ospitati da qualche paese arabo.


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