ACCADE A MILANO UNA DOMENICA D'ESTATE

Domenica mattina. Caldo torrido a tentar di sminuirlo. Mi alzo dal letto e ciondolo qualche minuto per casa. La doccia mi riporta al mondo reale. Per colazione biscotti e caffè. Lista della spesa, lavatrice, spazzatura da buttare, scrivere qualcosa nel pomeriggio, cosa farmi per cena. Si prospetta una giornata entusiasmante.

Da quando la mia compagna se n’è andata devo pensare a molte cose. Oddio, considerata la pressoché inesistente collaborazione di prima, forse l’organizzazione ci ha guadagnato ma vedere gli spazi dell’appartamento occupati dalla sua roba rimasti vuoti, mi fa ancora effetto. Devo uscire di casa.

Raccolta differenziata: plastica, organico, carta. Per oggi è tutto. Scendo in cortile e ascolto la quiete di un palazzo borghese: il fine settimana meneghino dei periodi estivi corrisponde a un esodo classista. Nelle case popolari di fronte, la gente invece non si è mossa: strepita (più spesso con se stessa che con un interlocutore), prende il sole sul balcone in arditi completini, ascolta i REM a tutto volume.

Apro il bidone dell’organico… "Ma porca miseria!" Dopo avvisi in casella, cartelli in portineria e riunioni condominiali c’è ancora qualcuno che utilizza i sacchetti di plastica. Per associazione d’idea mi risuona fastidiosamente nelle orecchie la frase che mi sento ripetere di continuo “Dobbiamo fare un po’ di lavori perché questo è un palazzo signorile”. Signorilità: una parola spogliata di ogni significato e di certo ormai lontana dall'antica alleata, l’educazione. Amen, anche sta volta si pagherà la multa dell’AMSA per colpa di qualche imbecille.

Torno sui miei passi e noto alla mia sinistra una sagoma scura sui ciottoli sconnessi dl cortile. L’istinto mi spinge a guardarmi attorno a 360°. La scena è surreale. Un paio di corvi sono appostati nelle vicinanze e saltellano impazienti; da dietro una finestra a pian terreno un gatto dal fare furtivo osserva immobile; un Jack Russell, estremamente incuriosito, ha la testa infilata tra le sbarre di un balcone al secondo piano. Tutti stanno fissando la stessa cosa. Mi avvicino per capirci meglio. Un uccello; non si muove. Poveretto, sarà caduto da qualche nido dell’imponente magnolia che ci sovrasta. Ma che cos'è? Un passerotto? Non ci assomiglia per niente. Mi accovaccio per approfondire. Arrivatogli a pochi centimetri due ali lunghissime e sproporzionate per quel corpicino si dispiegano all'improvviso e finisco col sedere per terra. “Ma vaff…!” Continuano a sbattere forsennatamente ma il volatile non prende quota. D'un tratto si ferma. M’appropinquo nuovamente; sembra un falco in miniatura. Allungo la mano per afferrarlo e non fa una piega; è grande quanto il palmo della mia mano e pare esausto. Il micro ecosistema che mi circonda mi fulmina con l’invidia.

Non so cosa sia né come agire. Risalgo in casa, lo deposito in una scatola vuota e chiamo l’ENPA. Dopo aver loro fornito un’approssimativa descrizione mi dicono che si tratta di un piccolo di rondone; un uccello rapace che non può decollare da terra perché provvisto di zampette minuscole. Può solo spiccare il volo da quota. Riferisco loro che pare in buone condizioni seppur un po’ letargico. Mi spiegano come nutrirlo e, successivamente, come provare a farlo volare. Se dovesse riuscirci mi pregano di ricontattarli ma, in caso contrario, passeranno a prenderlo ma non si sa a che ora. Devo ammettere che si sono dimostrati molto gentili e disponibili.

Acqua con zucchero per reidratarlo e rimetterlo in forze. Trovo un contagocce e, dopo averlo lavato più e più volte, lo riempio con la soluzione zuccherina. Con la punta strofino il minuto becco per indurlo ad aprirsi ma senza fortuna. Dopo vari tentativi riesco nell'impresa; il piccolo comincia a bere. Gli occhi poco alla volta riacquistano vivacità e le ali si dispiegano nuovamente. “Ottimo! Ora prove di volo”. Lo riprendo in mano senza difficoltà.

Siamo di nuovo in cortile: con il pullo nel palmo alzo il braccio destro. Sembro la statua della libertà. Rimango lì; speriamo non mi veda nessuno da una finestra. I minuti passano ma niente: “Sei comodo?” Riporto la mano all'altezza del petto. “Ci vogliamo almeno provare?” Il volatile mi guarda placidamente. Rialzo il braccio e questa volta le ali si stendono. Ci siamo; Il rondone si butta, si solleva una ventina di centimetri... e si schianta qualche metro più in là come un aeroplanino di carta difettoso. Comincia a emettere una specie di cinguettio; strano, finora “non aveva detto niente”. Non si sarà fatto male? Appena torna nella mia mano si tranquillizza. Sta bene. “Un altro tentativo?” Gli atterraggi disastrosi si susseguono e i due corvi di prima son tornati per riappropriarsi della colazione.

Il piccolo è stremato. Ce l’ha messa tutta ma è ancora troppo giovane per riuscire a volare.

Rincasato, lo rimetto nella scatola ma comincia a sbattere da tutte le parti; è sereno solo nella mia mano ma non posso girar per casa in questa maniera.

Prendo un vecchio asciugamano e con delicatezza lo faccio accomodare. E’ del tutto a suo agio. Non si muove e si guarda attorno incuriosito. Ancora un po’ di acqua e zucchero ma chissà da quanto non mangia. I rapaci sono carnivori, cosa potrei dargli? Sul sito della LIPU leggo che, in attesa di assistenza vera e propria, si può somministrargli un po’ di manzo macinato. Apro il frigo e, a parte la consueta eco, la fortuna mi assiste; un hamburger. Comincio a preparare delle minuscole palline e gliele avvicino. Gradisce a tal punto che nella foga si ingoia mezzo dito.” Ahi, ahi, mollalo!”

Decisamente rinfrancato ed estremamente vispo, rimane comunque accoccolato nel suo morbido giaciglio.

Non ho comprato neanche il giornale così mi metto a leggere un libro seduto al tavolo con il rondone accanto che mi scruta beato (foto). Le ore trascorrono bucoliche ma verso l’ora di pranzo il citofono suona.

Vado incontro a una bella ragazza in divisa rossa che mi ringrazia per essermene preso cura. Appena le passo la scatola il piccolo emette un verso simile a quando mi chiamava dopo i suoi balordi atterraggi. Niente sentimentalismi: spesa, lavatrice, scrivere…

L’indomani chiamo l’ENPA per accertarmi delle sue condizioni. Mi riferiscono che gode di ottima salute e presto sarà trasferito nell'oasi del WWF di Vanzago.

Una vicenda semplice, elementare, per molti forse banale o addirittura insignificante. Ma nell’ assordante e indifferente silenzio di una domenica d’estate, un uomo separato da poco e un piccolo rapace rimasto orfano si sono fatti coraggio a vicenda, illuminando nuovamente il loro futuro.

A Milano accade anche questo.

Riccardo Rossetti