IL ROMANZO DELLE ORE 20

Il RIFUGIO di Albertina Fancetti - Sesta puntata


Gabriele pedalava vigorosamente destreggiandosi tra le auto che proseguivano lentamente sulle strade coperte di neve grigia e sporca, ormai simile a una fanghiglia scivolosa. Arrivato sull'alzaia lo spettacolo del Naviglio aveva qualcosa di magico. I tetti delle case di ringhiera erano tutti imbiancati e dai camini uscivano segnali di fumo rassicuranti. L'acqua che scorreva tra le due ripe formava un tutt'uno con il cielo plumbeo. Dopo aver riposto la bicicletta sotto la tettoia nel cortile di casa, salì le strette scale cercando di infilare la chiave nella serratura, impacciato dalle dita gelide. Da dietro la porta proveniva un accorato miagolio e un impaziente grattare di unghie.
- Ciao Axel! - salutò Gabriele, rivolgendosi al grasso gatto arancione che si strusciava contro le sue gambe per dargli il benvenuto.
La stanza era accogliente e riscaldata da un caldo termosifone instaurato dopo la ristrutturazione. L'arredamento era rimasto quello scelto dalla mamma, forse ora poco adatto a un giovane, ma per Gabriele rappresentava una sorta di santuario ancora inviolabile. Gettò il poncho sul divano dirigendosi verso il bagno.
- Accidenti Axel, hai ancora dormito nel lavabo? - esclamò ripulendolo dai peli rossicci.
Il gatto rispose facendo le fusa come un piccolo motorino nel tentativo di farsi perdonare. Gabriele gli diede la sua pappa accingendosi poi a preparare la propria cena, mentre il gatto si allungava sul tavolo per fargli compagnia e magari ottenere qualche assaggio.
Il ragazzo si era abituato a parlare con il gatto raccontandogli la propria giornata. Il gatto socchiudeva gli occhi ascoltando il familiare chiacchierio del padrone. Gabriele l'aveva trovato a Premeno nel giardino della casa di campagna di suo padre, un batuffolo rosso arancio con grandi occhi verdi. Decise di tenerlo e lo chiamò Axel, come il leader dei Guns end Roses, il suo gruppo rock preferito. Una presenza muta che serviva a stemperare la solitudine e il dolore della perdita.
Il rapporto di Gabriele con il suo gatto era argomento di divertimento in tutta l'università dove il ragazzo era molto popolare. Dopo aver cenato compose il numero di telefono di Roberta, la sua ragazza.
- Ciao amore come stai?
- Sto studiando come una pazza per questo maledetto esame e non capisco più nulla - rispose Roberta.
- Dici sempre così e poi prendi almeno ventotto, quando va male.
- Infatti finora è andata così e non vorrei rovinarmi la media. Non sono intelligente come tu sei e devo applicarmi al massimo per riuscire.
Gabriele se la immaginava china sui libri, con una mano sulla fronte a tenersi i capelli castani e lo sguardo pensoso degli occhi grigi. L'aveva conosciuta a Rimini durante una vacanza tre anni prima. Roberta non era una ragazza appariscente, sebbene fosse graziosa. A conquistarlo erano state la sua calma determinazione e l'atteggiamento fermo e dolce allo stesso tempo. Si frequentavano da quasi un anno, quando la madre di Gabriele era deceduta in un incidente automobilistico, se non ci fosse stata Roberta a sostenerlo in quei terribili momenti lui sarebbe impazzito. Purtroppo vivevano lontani poiché la ragazza abitava in un paese della bassa padana, sulle rive del Ticino. La famiglia di Roberta lo aveva ospitato fino a quando non aveva trovato il coraggio di tornare nel suo appartamento, rifiutando l'offerta del padre che gli aveva proposto di vivere con la sua nuova famiglia. Gabriele si sarebbe sentito un traditore nei confronti della madre, considerando i rapporti tesi che avevano seguito la separazione dei suoi genitori. Sulle prime il padre si era mostrato offeso, ma poi era prevalso il sollievo di non dover farsi carico del primogenito, ora che aveva un altro bambino di cui occuparsi. La conversazione telefonica proseguì a lungo tra i due ragazzi, Gabriele era famoso per il suo insanabile bisogno di raccontare e Roberta ascoltava quel fiume di parole, sapeva bene quanto si sarebbe sentito smarrito non appena avesse chiuso la chiamata.
Alla fine dovettero comunque augurarsi la buonanotte. Gabriele accese il televisore per seguire il telegiornale quando senti suonare il campanello. Era Ursula la sua vicina, avvolta in un pigiama di lana color fucsia come i ciuffetti dei suoi capelli dal taglio punk.
- Scusami tanto Gabri, non avresti un po' di latte per Fragolina? - gli chiese la ragazza.
- Ma certo entra! - rispose Gabriele reprimendo una battuta sarcastica riguardo al bizzarro look di Ursula. Tolse dal frigo la bottiglia del latte porgendolo alla ragazza.
- Grazie! Mi hai salvato. Senza il suo latte e i biscotti la bambina non si addormenta... giuro che domani te lo riporto… buonanotte.
Ursula scappò via per quanto glielo permettessero le sue buffe pantofole a forma di porcellino.Gabriele riteneva che avesse circa trent'anni, lavorava come grafica in un'agenzia pubblicitaria. Aveva una bellissima bambina di quattro anni dai riccioli rossi e gli occhi color fiordaliso, per questo Ursula aveva deciso, non appena l'aveva vista, di chiamarla Fragolina, e sebbene il nome fosse insolito, alla bimba si adattava perfettamente. Del padre nessuno sapeva nulla.
Gabriele si rese conto che i propri occhi faticavano a rimanere aperti e la mente non riusciva più a seguire il dibattito televisivo. Si alzò dal divano sbadigliando, con disappunto di Axel che si era accomodato sulla sua pancia. Nel chiudere le persiane della stanza si accorse che aveva smesso di nevicare e lungo l'alzaia stava passando lo spazzaneve.
- Se domani gela le strade saranno piste da pattinaggio pensò mentre si toglieva i vestiti. Si infilò sotto il piumone raggomitolandosi dopo aver spento la luce. Nel dormiveglia sentì Axel scavare furiosamente nella sabbietta. Dopo qualche minuto avvertì la familiare presenza del micio che si accucciava contro la sua schiena, solo allora riuscì a lasciarsi andare al meritato riposo.

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