ASSASSINIO A BORDO 4

- Quindi anche con me funzionerà alla stessa maniera? - mi chiese e si chiese la donna. - Anch’io digerirò 

   quello che ho mangiato?

- O forse, meglio ancora, quello che le sta sullo stomaco da oramai diverso tempo: dall’aprile di quest’anno.

Il silenzio sembrò farsi denso come un rebus incomprensibile.

- Va bene - disse infine. - La raggiungo entro dieci minuti.

La ringraziai e restituii il ricevitore alla ragazza.

- Sarà qui fra pochi minuti - la misi al corrente. - Controlli che la sua uniforme sia impeccabile.

- Credo proprio che non ci sia nulla fuori posto. Se mai è lei che è fuori luogo.

Dopo circa dieci minuti ecco che una delle cabine dell’ascensore giunse al piano, le porte metalliche si aprirono e apparve una bella figura femminile. La osservai avanzare verso di me, intenta a prendermi le misure mentre si andava avvicinando: una donna sui venticinque anni, carina pur senza strafare, di media statura, capelli castano rossicci tenuti sul corto.

- Miss Pearson? - chiesi avanzando verso di lei e tendendole la mano. - Piacere. Lew Miller. Lei me la strinse con la sua. - Andiamo fuori - propose. - Facciamo due passi. Sorrisi ad Alexandra, che rispose al mio sorriso con il suo. Lorella salutò due suoi colleghi che stavano entrando, che fissarono lei e il sottoscritto. La prima con amichevole consuetudine, il sottoscritto con comprensibile curiosità. Ci avviammo quindi verso un vicino bar, più per restare isolati che per bere un caffè. Fu lei a condurmi, ma sulla soglia si fermò per puntarmi gli occhi addosso, due chicchi di caffè non tostato su un volto che pareva invece essere tosto più che mai.

- Mister Miller, a cosa alludeva prima, al telefono?

- A quello che lei ben sa, Miss Pearson. Alla faccenda dei punti di sospensione che riguardano una vicenda

avvenuta due mesi fa e di cui lei non ha scritto nessun resoconto. Ora questo resoconto vorrei lo facesse

a me. Mi riferisco a quello che è successo sul My Flower due mesi fa.

All’improvviso la rabbia le salì al viso. 

- È forse un ricattatore, signor Miller?

- Sono solo un detective, signora Pearson. Un detective onesto. Ce ne sono ancora, sa?

Senza replicare spinse la porta del locale ed entrò.

L’interno era avvolto dal tanfo di grasso rancido, da quello di uova al bacon, da quello ancora di patate fritte e bruciate, di fumo di sigarette, sigari e pipe. Un autentico locale della High Society! Non potei fare a meno di meravigliarmi che la dolce fanciulla fosse proprio lì che avesse deciso di entrare. Forse era conosciuta nell’ambiente. Ma nessuno la salutò, in primis la cameriera che si rivolse a noi, grassa come l’atmosfera che ci avvolgeva e coinvolgeva, chiedendoci in cosa poteva esserci utile.

- Un caffè – rispose la giornalista.
- Per me un bicchiere di latte. Così se il caffè risulterà troppo forte lo potremo diluire rendendolo macchiato. E non sarà la sola macchia qui presente - aggiunsi osservando il suo grembiule più imbrattato di una tavolozza di pittore.
La giornalista arricciò il nasino aristocratico, aggredito dal puzzo stagnante.
- Vorrebbe sapere cosa è successo a bordo del panfilo?
- Già.                                                                           
- Be’, un ospite a un certo punto si è sentito male, tanto da far temere per la sua vita. Allora Mister Randolph ha fatto rientrare il panfilo nel porto di San Diego, dove un’ambulanza avvertita via radio attendeva. Che io sappia l’uomo è stato portato poi a casa sua, perché sembrava essersi in parte ripreso.
Dove è avvenuta la disgrazia. E quando? E chi era l’ospite?
- Al largo della costa messicana, due giorni dopo la partenza da San Diego. Non so chi fosse l’ospite.  La cameriera tornò con due bicchieri contenenti caffè e latte. Li sbatté sul banco davanti a noi, rischiando di farli travasare entrambi o di trasformare il latte in yogurt. Li afferrammo e bevemmo. Poi chiesi alla donna:

- Una volta giunti a San Diego, cosa avete fatto, voialtri? Perché non avete ripreso il viaggio?

- Perché ormai l’atmosfera si era irrimediabilmente guastata. Così abbiamo preferito fare tutti ritorno a casa.

- Una bella festa rovinata - fu il mio commento. - Un vero peccato.

Lorella sorseggiò un po’ del suo caffè, storcendo il viso.

- Troppo amaro? - mi informai.

- Troppo schifoso - sentenziò. - Be’, io vado. A non più rivederci.

Sorrisi, nel guardarla uscire. Poi pagai le due bevande e mi avvicinai al tavolo dove qualcuno aveva abbandonato una copia di Variety, la bibbia dello spettacolo. Fra le solenni scemenze che la rivista proponeva e propinava ce ne era una riguardante il re dei film western Thomas Incerwood, morto proprio due mesi prima, ad aprile, a causa di un infarto. Incerwood era stato cremato subito dopo la cerimonia funebre avvenuta il 18 aprile, e sistemato nel cimitero più importante di Hollywood: quello di Westwood. 

Mi alzai e uscii. L’aria che potei finalmente respirare mi parve fresca come l’acqua benedetta versata da un pastore del clero sulla testolina di un neonato.


Antonio Mecca

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