Gli Indifferenti - Alberto Moravia

A cura di Stelio Ghidotti

INCIPIT
Entrò Carla; aveva indossato un vestitino di lanetta marrone con la gonna così corta, che bastò quel movimento di chiudere l’uscio per fargliela salire di un buon palmo sopra le pieghe lente che le facevano le calze intorno alle gambe; ma ella non se ne accorse e si avanzò con precauzione guardando misteriosamente davanti a sé, dinoccolata e malsicura; una sola lampada era accesa e illuminava le ginocchia di Leo seduto sul divano; un’oscurità grigia avvolgeva il resto del salotto. 
“Mamma sta vestendosi”, elle disse avvicinandosi “e verrà giù tra poco”. “L’aspetteremo insieme”, disse l’uomo curvandosi in avanti; “vieni qui Carla, mettiti qui”. Ma Carla non accettò quell’offerta; in piedi presso il tavolino della lampada, cogli occhi rivolti verso quel cerchio di luce del paralume nel quale i gingilli e gli altri oggetti, a differenza dei loro compagni morti e inconsistenti sparsi nell’ombra del salotto, rivelavano tutti i loro colori e la loro solidità, ella provava col dito la testa mobile di una porcellana cinese:un asino molto carico sul quale tra due cesti sedeva una specie di Budda campagnolo, un contadino grasso dal ventre avvolto in un kimono a fiorami; la testa andava su e giù, e Carla, dagli occhi bassi, dalle guance illuminate, dalle labbra strette, pareva tutta assorta in questa occupazione. 


FINIS
….Ma la madre trascinava: “Andiamo” ripeteva “andiamo”… I Berardi aspettano”. 
Discesero la scala, l’uno accanto all’altra, il Pierrot bianco e la spagnola nera; sul pianerottolo la madre fermò la figlia: 
“Ricordati” le mormorò in un orecchio “di essere… come dire? Gentile con Pippo… Ci ho ripensato… forse ti ama… è un buon partito”. “Non aver paura” rispose Carla seriamente. 
Discesero la seconda rampa. Ora la madre sorrideva soddisfatta: pensava che anche l’amante sarebbe venuto al ballo, e pregustava una piacevole serata.