"I guardiani della città".

Era ormai notte. L'autopattuglia procedeva per le strade della città a velocità ridotta, come una barca che solca le acque torbide di un canale dal fondale infido. I due agenti perlustravano i quartieri a loro assegnati con l'occhio attento ma disincantato di chi tutto ha già veduto dello squallore morale che una città in disfacimento può generare, pronti a fronteggiare con ferocia il male perché essi stessi ormai erano il male. Quella città li aveva impregnati del suo humus maligno, facendo crescere in loro le radici della violenza e del cinismo. Eppure c'era stato un tempo in cui la città sembrava sorridere materna a chiunque fosse in grado di percepirne la poesia nascosta. 
Il vecchio poliziotto, seduto accanto al collega più giovane intento a guidare, ancora ricordava il suo primo incontro con la città. Lei lo aveva abbagliato con tutto l'oro della luce solare riflessa dai suoi mille palazzi. Lo aveva commosso con tutte le variopinte luci al neon con cui si ingioiellava per sedurre e ingannare - forse più che altro se stessa. Ora quei medesimi giochi di seduzione gli riuscivano patetici e irritanti come se a praticarli fosse stata una donna che gli anni avevano reso vecchia e perversa. Quando l'auto frenò, lacerando con le sue gomme il silenzio inquietante della notte cittadina.
- Là! - esclamò l'agente al volante, indicando con l'indice un punto imprecisato situato all'imbocco di una scura stradina laterale. Il suo compagno guardò nella direzione indicata, ma non gli riuscì di scorgere nulla di sospetto. Era però anche vero che la sua vista non era più quella di un tempo, purtroppo.
- Cosa hai visto? - domandò al collega, che già aveva estratto la pistola.
- Un uomo armato - disse quello. -È sparito nel vicolo.
Il poliziotto estrasse a sua volta la pistola e scese dall'auto, seguito dal giovane impegnato a coprirgli le spalle. Giunti all'imbocco del vicoletto, continuando a non scorgere niente e nessuno il primo si voltò verso il secondo.
- Cosa accidenti hai visto? - tornò a ripetergli nel voltarsi. Fece appena in tempo a rendersi conto che il collega impugnava ora un'altra pistola, un'arma non appartenente al corpo di ordinanza. E che quest'arma era puntata contro di lui. 
Tre rapidi spari, secchi come frustate di un domatore impaziente lacerarono il silenzio, e il vecchio poliziotto spalancando gli occhi si accasciò al suolo, colpito al ventre. Guardò il giovane ritto in piedi sopra di lui, la pistola ancora fumante in pugno.
- Perché? - gli riuscì di articolare.
- Mi spiace - rispose l'altro, - ma su certi affari dovevi chiudere un occhio. Avresti evitato di chiuderli entrambi.
Il vecchio sentì la propria vita defluirgli dal corpo rapidamente e inesorabilmente, come un inquilino che ha fretta di abbandonare la casa pericolante. Poi chinò la testa e morì. Il suo assassino si avviò all'autoradio mettendosi in comunicazione con la Centrale, pronto a snocciolare la storia dell'aggressione ad opera di ignoti messa in precedenza a punto con chi di dovere.  

Antonio Mecca

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