I limiti della manovra di bilancio e gli effetti dell’immobilismo sindacale

Chiaro e scuro nella manovra approvata dal Consiglio dei Ministri.

Sostanzialmente positivi i rabbocchi di Transizione 4.0 per l'innovazione delle imprese, il rifinanziamento del Fondo di Garanzia per le PMI  e dell’Assegno Unico per le Famiglie. Bene lo stanziamento di 4.400mln per personale sanitario e farmaci (ma senza il MES non basteranno). Giusta la proroga della possibilità di rinnovare i contratti a termine senza causali (Decreto Dignità quasi abrogato…) anche se il provvedimento nelle tornate precedenti non ha sortito granchè.    Discutibile il provvedimento clou della manovra: l'esenzione per le aziende dai contributi previdenziali per donne e under 35 assunti con contratti a termine. Che va a sommarsi ad analoghi benefici già previsti per il Sud. È probabile che una simile misura (come già è stato per il Jobs Act e per Decreto Dignità) produca risultati significativi in immediato. Ed è innegabile che di risultati occupazionali in immediato vi sia bisogno. Tuttavia si tratta dell’ennesimo espediente rispetto al conclamato problema di mettere mano al cuneo fiscale-contributivo (a meno che si consideri punto d'arrivo l'attuale soluzione, sostenuta da ulteriori 1.700 mln di stanziamento). È una soluzione magari efficace ma temporanea: ben al di sotto  della riforma complessiva del Paese vagheggiata da Conte a un sindacato inquieto che vive tra rabbia e frustrazione. Un altro piatto forte della manovra è la proroga della Cassa Integrazione (nelle sue diverse declinazioni) fino alla fine di Marzo 2021. Costo 5.300 mln. Opportunamente e tempestivamente si segnala l’arrivo di circa 6 mld del Fondo SURE dall’UE. Peccato che gli ammortizzatori Covid per tutto il 2020 ammontino a quasi 30 mld, a fronte di un primo prestito SURE di 10 mld. La differenza andrà nel calderone, assieme ai costi dell'ASPI di un milione (o poco meno) di lavoratori che verranno licenziati alla fine del blocco. A braccio 1 mld al mese per il 2021 e a seguire. Ma anche rispetto a chi perderà il lavoro dopo l'occupazione “figurata” il Governo ha provveduto: 500 mln per le Politiche del Lavoro. Restando alla quantità dell'investimento, è opportuno notare (per avere un senso delle proporzioni) che soltanto i mitici navigators costano 100 mln, che solo la Regione Lombardia stanzia per il biennio 2020 - 2021 solo per Dote Unica Lavoro 140 mln, tra FSE e risorse regionali, cui si aggiungono 60 mln per Garanzia Giovani. Un totale di 200 mln che dicono tutto della congruità dei 500 mln a livello nazionale!  Per le politiche passive dieci volte quel che si spende per quelle attive! Alla faccia della riforma complessiva del Paese… Ma in fondo il Governo non ha nascosto i costi: 38 mld. Il problema è se basteranno, se arriverà il Next Generation e il MES. Però ciò che sorprende è la reazione del Sindacato: al netto delle dirette Facebook abbiamo avuto veementi polemiche sul piano metodologico. La recriminazione per non essere stati precedentemente ascoltati. Al di là delle dispute dialettiche sulla concertazione, resta il fatto che l’elemento segnalato come critico dai Sindacati è soprattutto l’insufficiente stanziamento di risorse per il rinnovo dei CCNL del Pubblico Impiego. E questo quando in molti commentatori si domandano perché mai una buona parte dei Pubblici Dipendenti in lock down debbano continuare a percepire la piena retribuzione senza che il loro home working sia sottoposto alla minima verifica. Questa rivendicazione, comunque, per quanto discutibile è chiara. Ma ovviamente non basta: anche il Sindacato chiede la Grande Riforma del Paese. A questo punto la discussione diventa surreale: Conte non dimentica mai di citare la riforma complessiva del Paese anche in riferimento ai provvedimenti più banali. Di che si tratti non si sa; si potrebbe pensare che i Progetti in (permanente) programmazione per i fondi Next Generation illuminino questo magnifico futuro. Purtroppo i Progetti non sono visibili per chi volesse farsi, almeno in linee generali, un'idea di come sarà il Paese Riformato. Le Parti Sociali (e in particolare il Sindacato) rispondono sullo stesso tono, rivendicando orizzonti palingenetici, cambi di sistema, Paesi nuovi, e via così.  Ma tanta foga rigeneratrice fa molta fatica a produrre proposte che abbiano un minimo di contenuto praticabile e non siano soltanto slogan, per giunta neanche nuovi! Vediamo nel merito: sulle Politiche Attive del Lavoro (e sorvoliamo sulla rivendicazione autolesionista di bloccare i licenziamenti) c’è un aggrottare di sopracciglia per le esiguità delle risorse, ma neanche un accenno nel merito di quale potrebbe essere per il Sindacato un sistema efficiente di Servizi al Lavoro, neppure una riflessione su strumenti quali l’Assegno di Ricollocazione o i Navigators, sul rapporto operatori privati e pubblici, sul ruolo di ANPAL. Speculare alla totale mancanza di comunicazione di idee da parte del Governo. A proposito del sistema di istruzione di istruzione-formazione se ne afferma con forza il ruolo determinante. Quando si passa a declinare gli interventi che sarebbero utili però l'unica indicazione è la politica delle assunzioni, nonché la difesa dei docenti che non vogliono fare didattica a distanza. In merito ai problemi del lavoro l'ultimo (?) grido  è lavorare meno a parità di salario, per favorire l’occupazione. Fascinazione vecchia di decenni che accomuna sindacalisti e ministri. Priva di fondamento come la leggenda che i pensionamenti anticipati inducano nuove assunzioni: ma neanche una parola su quota 100.                                                                                                                                                              Giustamente sta a cuore al sindacato la questione delle retribuzioni, basse rispetto ai competitors europei. Ma viene totalmente snobbata (se non per citazioni di cortesia) la relazione tra salario e produttività, che viene anzi spesso accostata al cottimo o alle dottrine “neoliberiste” (ormai sconfitte, ci conforta il sindacato). Sicchè anziché aprire un confronto su come ridisegnare un sistema contrattuale che consenta di lavorare su quella relazione, le OOSS preferiscono reclamare aumenti dei minimi tabellari nazionali; fingendo che la “tutela del potere d’acquisto” dei salari base abbia bisogno di un rabbocco, nonostante l'inflazione sia negativa. Si passa dove l'acqua è più bassa, il consenso più facile, l’accordo (al ribasso) meno difficile. Chi poi ha filo da tessere a livello di relazioni aziendali, tesserà. Pare che l’obiettivo sia essenzialmente quello di assicurare l’immutabilità del sistema contrattuale.                                                          La riforma fiscale è un’emergenza segnalata sia dal Governo sia dalle Parti Sociali. Sgomberato il campo da spot pubblicitari, come la flat tax, resta da definire in cosa consista, ma nessuno lo sa. Il Governo pare essere orientato a declassarla a un potenziamento ulteriore, oltre a quello già realizzato degli  80€ di Renzi. In realtà ci sarebbe molto da discutere se i citati provvedimenti abbiano colto l'obiettivo di ridurre il costo del lavoro per le imprese o semplicemente abbiano tagliato un po’ di imposte al lavoro dipendente. Ma se si parla (come tutti sembrano intenzionati a fare) di una riforma epocale del sistema fiscale bisognerebbe dare qualche idea: il Sindacato ripete la parola d'ordine “meno tasse per i dipendenti e i pensionati” senza prendere in considerazione la realtà dell’IRPEF che massimizza la progressività per chi paga le tasse e consente che il 40% dei contribuenti paghi poco o nulla. Si sentirebbe il bisogno, non si offenda Conte, di una nuova stagione di concertazione tra Governo e Parti Sociali, come nel 1984 col Governo Craxi e nel 1992 con Ciampi. Ma servono idee, progetti da parte del Governo, disponibilità a discutere di poste strategiche dalle Parti Sociali. Mi pare che latitino entrambe!         

A cura di Claudio Negro                     

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