Il Giallo Delle Ore 8

INDAGINE IN BIANCO E NERO
Capitolo cinque

Quando giunsi in Harlem Street erano circa le otto e mezzo. L’agenzia di Barker si trovava al quarto di un palazzo di cinque piani. Quella concomitanza in cui entrambe le agenzie: la sua e la mia, si trovavano al medesimo piano mi diede da pensare sul fatto di come il caso agisse con criteri tutti suoi. Al posto di Barker avrei potuto esserci io, ucciso per motivi relativi a qualche mia indagine sfociata in una fogna dalla quale attingere soltanto malattie infettive. Per quale motivo Cliff era stato ucciso? E se l’arma utilizzata era stata una pistola di grosso calibro, non poteva essere l’assassino, lo stesso che aveva in seguito ucciso anche Bellamy? Oltre il cinquanta per cento delle indagini degli investigatori privati consistono nel lavorare per conto di mariti che vogliono sapere cosa le loro mogli combinano quando non sono al loro fianco, o di mogli che sono interessate per lo stesso motivo sul proprio marito, o fidanzato, o amante, o mantenuto temporaneo. Poteva dunque, Mister Barnes, avere sottoposto la propria giovane moglie a sorveglianza da parte di un investigatore privato per poi, una volta ricevuto il rapporto che attestava un tradimento in atto, farla uccidere da un suo sgherro? E questi era probabilmente lo stesso che aveva eliminato anche il mio collega, visto che si trattava di un pericoloso testimone del prossimo futuro omicidio. Sì, pensai: poteva benissimo essere andata così. Il portone dello stabile era aperto. Salii con l’ascensore fino al quarto piano, approdando in un corridoio non molto lungo né tanto largo. Lessi sulla targa “Agenzia di assicurazioni”, e “Clifton Barker Investigations”. Bussai alla porta in legno. Nessuno venne ad aprirmi. Abbassai la maniglia, ma la porta restò chiusa. Allora mi recai nella vicina agenzia, ed entrai. Venni accolto dal duplice sorriso di due ragazze carine, truccate e ben vestite.
- Buongiorno - salutai, aggiungendovi il mio sorriso - sono un collega del detective ucciso la scorsa settimana. Avete avuto modo di conoscerlo?
Il loro sorriso evaporò come l’alcool da un boccale per feti il cui coperchio fosse stato sollevato. Lo sguardo perse la luminosità iniziale che mi aveva avvolto e stravolto poco prima.
- Sì - rispose una delle due, la bionda. - Era una persona molto simpatica e spiritosa.
- Tutti gli investigatori privati lo sono - assicurai, visto il posto dove mi trovavo. - Il giorno in cui è stato ucciso, avete sentito o visto qualcosa che potrebbe riguardarlo?
A rispondere questa volta fu l’altra, la mora.
- No, signore. Come del resto già abbiamo riferito alla polizia.
- Quando avete visto per l’ultima volta Barker? E quando è stata l’ultima volta che gli avete parlato?
- Con precisione non saprei dirglielo - rispose la bionda. - Forse, lo stesso giorno in cui è stato ucciso, di mattina.
- Vi ha detto qualcosa riguardo un possibile cliente che avrebbe ricevuto in giornata?
- No. Non mi pare.
Rivolsi il capo, e lo sguardo, verso la sua collega.
- Lei, invece, cosa può dirmi?
- Praticamente le stesse cose dette dalla mia amica. Non è che fossimo poi così in confidenza con il signor Barker.
- Nessuna fra voi è mai stata invitata da lui per una cena, o un drink?
- No, no - rispose l’altra. - Oltretutto non avremmo accettato. Cliff non era certo quel che si può definire un gran bell’uomo, né un grand’uomo. Tranne che per l’età. La mia superava la sua alla grande, per cui non feci commenti. La cretina dovette capire la gaffe commessa, e allora cercò di porvi rimedio con un sorriso che nelle sue intenzioni doveva essere abbagliante e abbacinante mentre di fatto metteva in mostra due denti storti e uno macchiato dal rossetto maldestramente applicato.
- Va bene - dissi concludendo l’interrogatorio. - Vi ringrazio per la cortesia.
Quindi uscii e ridiscesi in strada.

Antonio Mecca

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