Il Giallo Delle Ore 8

Capitolo sei

Uscito dal palazzo mi guardai intorno. Sulla strada negozi di vario genere tutti già aperti. Entrai nel vicino bar gestito da una sudamericana. Il locale non scarseggiava di clienti intenti in gran parte a guardare una partita di baseball trasmessa da un canale televisivo satellitare, nei loro bicchieri bevande alcoliche e superalcoliche. La barista mi rivolse un’occhiata che non mi stravolse e io le trasmisi l’ordinazione: una Miller fresca di giornata. Lei non raccolse la battuta, seppure di battuta si trattasse, limitandosi ad accogliere la richiesta. Dopo avere versato la birra, prima che mi voltasse le spalle dissi:
- Conosceva Cliff Barker, il detective la cui agenzia si trova nel palazzo accanto?
Rimase con la bottiglia vuota sollevata a mezz’aria.
- Chi è, lei? - chiese a bassa voce.
- Un suo collega. Sto indagando sulla sua morte.
Abbassò la bottiglia delicatamente sul ripiano del banco, sebbene forse il suo desiderio fosse quello di abbassarla: con forza, sulla mia testa.
- La polizia è già stata qui.
- Se ne sente infatti ancora l’odore. Ma io non faccio parte della polizia.
- Appunto. Per cui, cosa diavolo si intromette a fare?
Compresi che non era il caso di insistere. Senza neppure assaggiare la birra, pagai il conto e girai sui tacchi.
- Ehi! - esclamò la donna. - E la sua birra?
- La utilizzi come lavanda gastrica - consigliai. - Magari dopo avere aspettato che si riscaldi un po’. Come i suoi nervi ancora troppo bollenti.
Uscii senza bisogno di inforcare gli occhiali perché neppure me li ero tolti nell’entrare nel locale.
Alla mia sinistra si trovava un negozio di apparecchiature audiovisive: macchine fotografiche digitali, telecamere, videoregistratori, microfoni, registratori audio, cavi elettrici, ecc. Spinsi la porta ed entrai. Un uomo di mezza età, vale a dire sui cinquanta, era intento dietro il banco nel selezionare alcune foto appena stampate. Sollevò lo sguardo su di me sorridendo lievemente.
- Buonasera - salutò con sospetto, quasi mi credesse un potenziale rapinatore. - Dica pure…
- Avrà saputo dell’uccisione del detective Barker, la cui agenzia era situata nel palazzo accanto…
Lasciò perdere le foto.
- E allora?
Gli mostrai la mia licenza.
- Lo conosceva? Ha avuto modo di parlargli qualche volta? Annuì.
- Sì. Era stato qui in alcune occasioni per acquistare materiale fotografico. Un tipo simpatico.
- La cui simpatia non gli ha evitato però di venire ucciso.
- Già.
- Si è fatta qualche idea per quanto riguarda il suo assassinio?
Sollevò le spalle, come se volesse escludere il proprio sguardo da un orizzonte più o meno lontano che desiderava non vedere perché probabile fonte di guai più o meno vicini.
- Come potrei saperlo? Non ci confidavamo mica le cose come da un prete in confessionale.
- Non avete mai bevuto qualcosa insieme, magari al bar qui vicino? Spesso, davanti a un bicchiere che si svuota, si riempie il serbatoio delle confidenze reciproche.
- Bella frase, ma che non corrisponde alla realtà, sempre meno bella. Lui rimaneva sulle sue e io non gli chiedevo proprio un bel nulla. Si parlava di sport, di politica, di vacanze, di libri…
- Era interessato ai libri?
- Sì, ma non a quelli polizieschi. Classici del passato, non solo americani, e libri di viaggi, non solo sul nostro territorio, da leggere durante le lunghe attese tra un cliente e l’altro. E a voler giudicare dalla quantità di libri acquistati o presi in prestito dalla biblioteca pubblica, di clienti non nepassavano poi molti dalla sua agenzia.
- È questo un problema che affligge non pochi investigatori privati - potei assicurare. Quindi aggiunsi: - Lavorava da solo?
- Sì.
- Segretarie, ne aveva?
- Quella telefonica, che gli ho venduto io. Sarebbe stato assurdo sobbarcarsi di una spesainutile quando lui si trovava in agenzia, e se assente interveniva la segreteria telefonica, appunto.
- Faccio anch’io alla stessa mania. Da molti anni.
- Se lo fa da molti anni vuol dire che gli affari non marciano poi così male.
- Di certo non marciano al passo dell’oca, sebbene prenda delle papere ogni tanto - scherzai.
Poi ripresi una espressione seria.
- Il giorno in cui Cliff è stato ucciso, ha avuto modo di notare qualcosa che magari al momento non le è sembrato degno di riflessione ma poi: in seguito alla morte di Barker, ha avuto modo di ricredersi?
- Ad esempio?
- Ad esempio qualcuno di aspetto particolare che passasse accanto alla vetrina del suo negozio per poi ripassare di lì a qualche minuto, dirigendosi magari verso un’auto parcheggiata nei pressi.
Sembrò pensarci sopra. Quindi rispose.
- Io purtroppo ho il vizio del fumo, per cui ogni tanto mi affaccio sulla soglia per fumarmi una sigaretta. Be’, il giorno in cui Cliff è stato ucciso mi è capitato di uscire a fumare per non impestare il negozio, e fuori: nel vicino parcheggio, ho avuto modo di notare un’auto d’epoca, una vecchia Packard degli anni’50 davvero molto bella, sebbene maltenuta. Poi, quando di lì a un’ora sono uscito di nuovo, era ormai sparita.
- Me la può descrivere?
- Posso fare di meglio: gliela posso mostrare, poiché ho scattato una fotografia per ricordo.
Così dicendo andò a prendere dal ripiano di uno scaffale una macchinetta digitale e ne consultò la memoria. Quindi si soffermò su una foto, per poi mostrarmela. Vidi così, per quanto mi riusciva di vedere, un’auto bicolore a due porte e quattro posti, grande ma non mastodontica, con il tettuccio apribile.
- Quali sono i colori? - chiesi all’uomo.
Lui mi fissò stupito.
- Perché? Non li vede? La foto è a colori.
- Sono io che non sono a colori. Ho una malattia che si chiama acromatopsia, la quale non mi permette di distinguere i colori.
- È daltonico?
- Peggio, perché i daltonici i colori li vedono, seppure sfalsati.
Apparve incredulo. - Non sapevo di questa malattia…
- Buon per lei. Allora? Quali sono questi colori?
- Giallo e verde - rivelò.
- I colori della rabbia e dell’invidia. O di un taxi newyorkese degli anni ‘50-’60.
Scorsi la targa. Presi nota del numero riportandolo poi sul taccuino.
- Che ora poteva essere quando si è affacciato sulla soglia del negozio e ha avuto modo di notare l’auto?
- Credo fossero più o meno le quattro.
Che poi era più o meno anche l’ora in cui il mio sfortunato collega era stato fatto fuori.
Sorrisi al mio informatore.
- La ringrazio moltissimo. Mi è stato davvero utile.
- Lieto che sia stato così - disse lui.
Gli strinsi la mano e uscii dal negozio.

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