Il Giallo Delle Ore 8

Ultimo capitolo

Scesi e ridussi la distanza che mi separava dal bastardo che avevo seguito fin dalla stazione ferroviaria. Affondai la mano nella tasca destra del soprabito, avvolgendola intorno al calcio della pistola a sbloccarne poi la sicura. Passammo accanto a un grande magazzino italiano, e poi a una gelateria che portava l’intestazione: “Very Italian Ice Cream”. Dopo una pizzeria ancora aperta nonostante l’ora tarda, giungemmo a fianco di una fila di palazzi non proprio recenti. Fu qui che Larkin si fermò, traendo di tasca una chiave che infilò poi nella serratura di una porta di un palazzo di tre piani.
Io mi avvicinai, arrivando alla sua altezza dopo che già aveva aperto il portone. Fu allora che mi vide. E fu allora che avvertii anche un odore di colonia. Colonia di pino.
- Larkin - lo apostrofai. - Il tuo viaggio termina qui.
La sua risposta fu un balzo felino che lo catapultò nell’interno buio dello stabile, dove di lì a poco riemerse con in pugno una pesante automatica, che mi spianò contro. Ci vedevo abbastanza, nonostante la notte e nonostante i miei occhi, da poter distinguere il formato e il calibro 45.
- Chi sei? - chiese con voce dura
- Un detective - risposi, e mi esposi anche, perché in linea con la canna della sua pistola. Infatti un proiettile mi fu esploso contro, ma io ero sull’avviso e potei facilmente evitarlo chinandomi a terra e spostandomi sulla sinistra. Fui poi veloce nell’estrarre la mia pistola già sbloccata dalla sicura, e a rispondere al fuoco, che avvenne un istante prima del secondo colpo inviatomi.
Lo vidi barcollare e scivolare sul selciato. Frattanto qualcuno, attirato dai colpi di arma da fuoco, si andava avvicinando. Io mi avvicinai a mia volta al killer, con l’automatica puntatagli contro. Larkin era ancora in vita e ancora lo sarebbe stato a lungo, perché ferito sì ma non in maniera grave. Con un calcio mandai la 45 a finire lontano dalle sue grinfie, dopodiché aspettai l’arrivo della polizia.
Un’autoradio della polizia sopraggiunse di lì a pochi minuti, e due agenti in divisa saltarono giù con le mani posate sul calcio della loro pistola. Un uomo in borghese li accompagnava, un ufficiale di polizia che si qualificò come tenente Jenkins della Squadra Omicidi. Fissò Larkin steso a terra, e poi fissò nuovamente me.
- Chi è, lei? - chiese. Aveva una voce profonda, quasi nascesse dai recessi più lontani del suo essere, un essere che forse era meglio non scoprire del tutto.
- Mi chiamo Phil Mallory, sono un detective privato della città di Los Angeles. E ho con me il documento che lo attesta.
- Me lo mostri.
Scostai la parte alta del soprabito e tirai fuori dalla tasca interna il documento che la pelle aveva contribuito non poche volte a farmi rischiare di perderla, perché la mia professione non è di quelle che si possono definire pienamente rispettabili, né soprattutto di riposo.
Jenkins lo prese e lesse.
- Chi è costui? - domandò indicando Larkin.
- Un assassino, che a Los Angeles ha ucciso almeno due persone: un mio collega, che era l’amante della mia cliente, moglie di un uomo ricco e potente: William Barnes.
Ed è stato Barnes a commissionargli i due omicidi, nonché a fargli prelevare la collana della moglie da lui regalatale. Solo che l’amico qui presente ha avuto la bella pensata di trattenere la collana per sé e di andare poi a rivenderla: seppure a prezzo dimezzato, a un suo amico gioielliere, che gliel’ha pagata cinquantamila dollari. Questi, sommati al compenso ottenuto per gli omicidi di
Bellamy: l’amante della mia cliente, e di Barker: il mio collega di Los Angeles, hanno di sicuro costituito una somma sufficiente a convincerlo a cambiare Stato e forse vita. Per cui l’amico qui
presente ha fatto credere di essersi recato in Messico in aereo, mentre invece è approdato qui a New York in tre no, alla Grand Central Station.
- E lei era lì ad attenderlo.
Era una constatazione, la sua, non certo una domanda. Ottenne comunque una risposta, seppure sintetica.
- Già.
Dopo qualche secondo il tenente si rivolse al sergente, il quale ricevuto un suo ordine lo trasmise all’agente. Si trattava di chiamare un’ambulanza per il ferito. Poi Jenkins si rivolse nuovamente a me.
- Lei mi seguirà alla Centrale, dove parlerà con il magistrato inquirente.
- Sono a vostra disposizione - risposi.
Così fu. Il magistrato: una donna ben messa di circa cinquant’anni, mi pose domande alle quali io risposi, dopodiché mi porse da firmare una dichiarazione appena stampata. Quindi fui libero di tornarmene in albergo e il giorno dopo a Los Angeles. Larkin finì per confessare i suoi due omicidi, la 45 in suo possesso sembrò risultare la pesante arma con la quale i due uomini da lui ammazzati erano stati colpiti sulla testa, e i minuscoli reperti che avevo raccolto dalla testa di Bellamy contribuirono nel metterlo ulteriormente nei guai. Io invece nei guai soliti sarei tornato dopo essere tornato nella Città degli Angeli. Decaduti.

Fine 


Antonio Mecca

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