IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 30

La barista accolse il nuovo venuto con un sorriso piacevole, che metteva in mostra una dentatura candida.

- Buongiorno - la salutò il poliziotto. - Si trova qui Blanchard?

- Sì.

- Qual è?

- Quello seduto lì. – Gli indicò uno dei quattro tavoli occupati dietro le sue spalle.

Georgel si voltò nella direzione indicatagli. A un tavolo si trovavano tre individui, uno dei quali doveva essere Blanchard. E fu a questi che si rivolse.

- Monsieur Blanchard? – si informò il commissario. Questi rispose affermativamente. Si trattava di un tipo smilzo dall’aria furba, alto sul metro e settanta, con pochi capelli ancora in parte scuri perché tutti gli altri erano bianchi.

- Polizia - lo informò il commissario. - Avrei bisogno di parlarvi un minuto.

L’uomo, un po’ sorpreso e preoccupato, annuì. Si alzò, lasciò l’aperitivo consumato solo a metà e si avvicinò al poliziotto. La clientela esterna li guardò al pari di cow boys del vecchio West intenti a osservare stranieri appena arrivati. Si diressero sufficientemente distanti Georgel si fermò, dicendo:

- Lei ieri l’altro era sul treno diretto a Berlino, vero?

- Sì.

- Desidero sapere se avete avuto modo di notare due giovani passeggeri: un ragazzo e una ragazza, insieme

o separati, nello stesso scompartimento o dislocati l’uno dall’altra in altri.

L’uomo ci pensò sopra. Ma il risultato non produsse granché.

- No. Non me li ricordo.

Bene. Fallimento su entrambi i fronti, che facevano quaterna con i due interrogati alla stazione. E alla stazione intendeva adesso fare ritorno. Per cui salutò il controllore, e fece ritorno alla sua auto.

La stazione ferroviaria di Lione era il consueto magma di rumori, odori, passeggeri in arrivo e in partenza.

Era ormai ora di pranzo, e il suo stomaco si faceva sentire. Georgel pensò che dopo avere espletato il suo incontro con il controllore del treno per Amsterdam avrebbe potuto recarsi al self-service interno per un pasto più o meno decente visto che il precedente non era stato molto recente. La sala controllo era ancora presieduta dall’individuo incontrato al mattino, e il poliziotto si diresse a lui. L’uomo lo riconobbe, e lo salutò, senza rispondere però al suo sorriso. A tutto c’è un limite.

- Volete parlare con Savarel, giusto?

- In effetti sono qui per questo. – Non certo per te, pensò Georgel.

- Adesso glielo chiamo.

Così dicendo premette il pulsante di chiamata per poi parlare al telefono interno con Savarel.

- Jean, c’è la polizia. Vieni qui, per favore. - Riagganciò. - Adesso arriva, commissario.

Il poliziotto annuì con la testa. Intorno a lui, nella stanza, si trovavano quattro persone oltre al caposettore. Erano intente a discutere animatamente con quella vivacità di movimenti così caratteristica della sua gente, soprattutto di quella del centro-sud del Paese. Era un movimento che ricordava quello degli italiani, e che li caratterizzava per quello che erano: cugini come grado di parentela.

Un uomo sui trentacinque arrivò. Il suo capo indicò il poliziotto a lui accanto.

Signor Savarel? - s’informò Georgel. – Commissario Georgel, piacere. – Si strinsero la mano. – Voi l’altro

ieri sera vi trovavate a bordo del treno diretto ad Amsterdam, è così?

L’uomo confermò.

- Avete avuto modo di richiedere il biglietto a due giovani: un ragazzo e una ragazza saliti a questa stazione?

Probabilmente erano insieme, sebbene forse sedevano separati.

- Due giovani, eh? – ripeté il controllore pensandoci su. Di lì a cinque secondi disse:

- Me li ricordo, sì. Stavano seduti insieme, e avevano un unico biglietto valido per due.

- Un biglietto di sola andata?

- Sì. Di sola andata.

- Cos’altro ricorda di loro?

L’uomo si sforzò di richiamare alla memoria la visione di due giorni prima.

- Ben poco. Nulla di rilevante.

- Stavano parlando fra loro, avevano un bagaglio fra le mani, un libro, un giornale, una borsa…

- No. Nulla di tutto questo. Bagagli mi pare ne avessero, posti però sulla reticella sopra la loro testa.

- Come vi sono sembrati: litigiosi, tesi, sicuri di sé…

- Mah… Normali. Stavano lì seduti, la mano nella mano. Altro non mi pare di avere notato.

Congedatosi da lui, salutò anche il suo capo e uscì dalla Centrale, diretto al vicino self-service.

Consumato un pasto senza infamia e senza lode al self-service della stazione – le cui cose migliori erano sempre state per lui i dolciumi e i vini – Georgel si recò al commissariato, perché intendeva parlare con il Vecchio, come fra sé e sé soprannominava il suo capo. Aveva poi scoperto che oltre ad Antoine, il suo omonimo creato da Frédéric Darc, quel nomignolo veniva utilizzato anche dal Continental Op, l’anonimo investigatore privato creato da Dashiell Hammett, il capostipite della scuola dei narratori americani di polizieschi.

Antonio Mecca

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