IL GIOCOLIERE DELLA LETTERATURA 8

Durante la notte aveva dormito poco e male, come spesso gli capitava da diversi anni, perché ormai si poteva e doveva considerare vecchio. Con stupore nei primi tempi, con rassegnazione in seguito.

Secondo qualche idiota maschio o femmina - l’idiozia non comporta la separazione dei sessi - la vecchiaia non esiste, per cui anche se la vedevi avanzare con tre gambe: quelle umane più il bastone, con la dentiera, gli occhi cisposi, i capelli bianchi e gli apparecchi acustici, questa no: non era vecchiaia.

“Vecchio a chi?”. A te, povero idiota!”

Lui invece sapeva di essere vecchio, e seppure dispiacendogli -e molto- non se la prendeva più del dovuto. Se la era presa all’inizio del declino. Poi, a declivio imboccato, aveva smesso. Era l’evoluzione, o l’involuzione, della vita, e non ci si poteva fare nulla. L’importante era continuare a scrivere un libro dopo l’altro, un’avventura dopo l’altra, per avere la consapevolezza di essere ancora vivo.

Una volta, molti anni prima, quando ancora era giovane ma aveva già raggiunta la stabilità economica, un amico gli aveva chiesto: “Frédéric, ma non è da folli tutto questo scrivere un libro dopo l’altro?

Al che lui aveva così risposto:

- Sì, ma vedi: io sono come un saltimbanco: se mi fermo, crolla tutto!

Erano passati molti decenni da allora, epoca in cui veleggiava già sulla quarantina, ed era ancora sposato con Odette, la sua prima moglie. La verità era che a lui piaceva scrivere, ideare mondi paralleli a quello reale, così mediocremente avvincente sebbene vincente su tutti noi che siamo costretti a viverlo. Anche la notte prima, e il giorno successivo, aveva scritto: le prime pagine di quello che sarebbe stato un voluminoso romanzo. Dove avrebbe segnato il ritorno del suo commissario nella serie di libri di grande formato nella quale latitava da oltre vent’anni. Aveva cominciato a idearlo durante il solitario viaggio in auto dalla Svizzera. Guidare gli stimolava quelle che Poirot soleva definire le sue cellule grigie, per cui oltre a vedere il mondo esterno alla macchina vedeva anche quello interno alla sua mente dove il commissario,   suo alter ego, andava gradualmente immergendosi nella sua nuova indagine. Sebbene il suo eroe fosse rimasto più giovane di lui, non aveva potuto evitare di invecchiarlo almeno in parte. Perché era fin troppo un altro da sé per renderlo del tutto avulso dal proprio essere, e quindi anch’egli era per forza di cose maturato. Inizialmente, nei primi romanzi, poteva aggirarsi sulla trentina, cioè più vecchio di lui di un paio di anni.

Ora si doveva aggirare sulla cinquantina, più giovane comunque del suo autore di quasi trent’anni.

Verso mezzogiorno Frederic lasciò l’albergo, un motel alle porte di Bourgoin-Jallieu. Si recò a mangiare qualcosa nel vicino locale western della catena Old Wild West, dove ordinò una birra grande accompagnata da costine di agnello e patatine. Alcuni tavolini in legno erano già occupati da clienti che di legno dovevano avere la testa, a voler giudicare dal comportamento sguaiato che mostravano di possedere, in prevalenza giovani in coppia o anche in gruppo, serviti da giovani cameriere, ragazze di bell’aspetto dal sorriso incantevole, che non poteva non incantare chi le guardava.
Non sembravano neppure esseri umani, bensì creature originarie di un altro pianeta. Sapeva perfettamente che di lì a qualche anno anche loro sarebbero cambiate, divenendo forse più belle e affascinanti ma finendo per perdere quella freschezza incantevole che le caratterizzava.

Terminato di pranzare pagò il conto lasciando una buona mancia alla ragazza che lo aveva servito la cui targhetta applicata sulla camicetta bianca classificava col nome di Nadia. Lei sorrise, sorpresa e felice, e lui le sorrise, contento e felice di ricevere ciò che la ragazza gli donava: freschezza e bellezza.    

Si alzò, per rientrare in albergo. Doveva prestare attenzione ai segnali lanciatigli dal proprio corpo, perché sapeva che non gli sarebbe stata concessa una proroga granché lunga. Praticamente lo sguazzare nello scatologico da ormai molti anni lo aveva reso e arreso alla dittatura del suo intestino. In fondo, c’era da ridere.

Uscito dall’albergo salì sulla sua auto. L’orologio sul cruscotto della Maserati color crema segnava l’una e dieci. L’appuntamento con Hélène era per le quattordici; aveva perciò tutto il tempo necessario per raggiungere Saint-Chef e il cimitero. Anzi, no: era in piazza che l’appuntamento sarebbe avvenuto.

La campagna splendida, verdeggiante, rigogliosa attraversata dalla strada statale era un incanto per gli occhi e per la mente, e lui si sentiva eccitato e felice. Passò accanto a una coltivazione di fiori, tentato di fermarsi per acquistare un mazzo di rose, o di orchidee, per cui rallentò. Un’auto dietro di lui suonò il clacson con mal sopportata impazienza, sorpassandolo poi con rabbia. Quell’imbecille forse aveva ragione, e il suo gesto era servito a ricordargli che il pensiero che aveva intenzione di concretizzare a favore di una persona giovanissima era, invece, una cosa patetica. 

Antonio Mecca

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