Il racconto della domenica

IL PETTINE DI SUO PADRE

Eppure sono il pettine di suo padre! Le ho sentito dire che vuole buttare tutto. Come può fare questo? Forse sono presuntuoso, ma ero perfetto.
Piccolo, di vero osso, con due dentature diverse e un fodero di vera pelle. Il pettine giusto da portare con sé.
Ricordo ancora l’emozione di quando sono stato scelto. Mi prese tra le mani nervose e abbronzate da isolano e passò le dita tra i miei denti. Sento ancora i brividi. Così mi ha comprato in un piccolo negozio a Chiaia e mi ha tenuto con sé per quasi venticinque anni.
Quanto era orgoglioso dei suoi folti capelli diventati giorno dopo giorno bianchi come la luce. Quanti momenti trascorsi insieme. Gli servivo quando era triste, preoccupato o allegro od orgoglioso ma soprattutto quante volte mi ha usato per sopportare l’imbarazzo.
Quella volta, per esempio, quando si è sposata la prima figlia. Sì, proprio lei, quella che adesso mi vuole buttare. Ebbene mentre erano in macchina per andare in Chiesa, un attimo prima di entrare nel piazzale e fermarsi, mi sfilò furtivamente dal taschino e si aggiustò velocemente i capelli. Si potrebbe pensare per vanità. Si era vanitoso ma lo fece perché l’emozione che provava era così forte che doveva fare qualcosa di normale per non piangere.
Lo so bene io, sono sempre stato sul suo cuore, sempre nel taschino della giacca. I momenti più divertenti li ho vissuti quando eravamo da soli davanti a uno specchio. Diceva sempre qualcosa, si inventava ogni volta una battuta diversa per prendersi in giro. Era divertente, aveva una forte vena ironica anzi soprattutto autoironica, ma alle volte quanta amarezza traspariva dalle sue parole.
Durante la malattia mi teneva sul comodino, sempre a portata di mano. Non l’ho mai abbandonato neppure quando pettinare i suoi capelli era diventato difficile, tanto difficile.
Quanto mi è mancato, quanto mi manca ancora adesso che sono passati quasi trent’anni da quando si è addormentato per sempre. Da allora sono stato riposto in una valigetta con tutti i suoi effetti personali e conservato in uno sgabuzzino. Fino a ora, quando lei mi ha ritrovato, ormai, devo dire, vecchio e impolverato e con un paio di denti spuntati.
Che emozione, però. Per un attimo ho pensato, sperato, immaginato che fosse ancora lui a prendermi tra le mani. Che sciocchezza, vero? Nel mio piccolo però, ho amato quell’uomo, gli ho voluto veramente bene e l’ho servito e rispettato fino all’ultimo momento.
E ora? Ora cosa sarà di me? Sto supplicando con tutte le mie forze di non essere gettato via.
Chissà se mi sente. Forse sì. Forse mi ha sentito. Mi ripone delicatamente nel fodero e poi nella valigetta. Sto ritornando nello sgabuzzino.
Sono vivo, sono ancora vivo!

Anna Esposito

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