LA MORTE VENEZIA - Thomas Mann

La letteratura universale
a cura di Stelio Ghidotti

INCIPIT

Un pomeriggio di primavera di quell’anno 19… che per tanti mesi mostrò un volto così minaccioso al nostro continente, Gustav Aschenbach o, come ufficialmente si chiamava dal giorno del cinquantesimo genetliaco, von Aschenbach, era uscito dall’abitazione in Prinzregentstrasse, a Monaco, per una delle sue quotidiane passeggiate solitarie. Nella sovreccitazione del lavoro mattutino, pesante ed insidioso, che proprio allora imponeva la massima sagacia, ponderazione, vigilanza e fermezza del volere, lo scrittore non era riuscito a moderare lo slancio creativo interno (quel motus animi continuus nel quale, secondo Cicerone, va cercata l’essenza dell’oratoria) neppure dopo il pasto di mezzodì; né aveva conosciuto il ristoro del pisolino, che il crescente logorio di forze gli rendeva ogni giorno indispensabile. Così, subito dopo il tè, era uscito all’aperto, nella speranza che l’aria libera e il moto lo rimettessero in tono e gli procurassero infine una serata particolarmente redditizia.


FINIS

Sulla riva sostò a capo chino, con la punta del piede disegnando figure nell’umida rena, quindi avanzò nell’acqua bassa, che nel punto più profondo non gli arrivava al ginocchio, l’attraversò fiaccamente e raggiunse il banco di sabbia. Qui si fermò un attimo, la faccia rivolta al largo, poi cominciò a percorrere lentamente l’esile e lunga striscia di suolo scoperto verso sinistra. Isolato dalla riva da un largo specchio di mare, isolato dai compagni a un soprassalto d’orgoglio, vagava laggiù, apparizione remota e priva di legami, nel mare e nel vento, contro lo sfondo nebbioso sconfinato nel cielo.

Di nuovo ristette a guardare. Improvvisamente, come sotto la spinta di un ricordo, di un impulso, puntò la mano sull’anca, diede al busto una dolce torsione, e da sopra la spalla guardò verso riva. Lì sedeva colui che guardava, come un tempo, come quando, rinviato dalla stessa soglia,quello sguardo d’un grigio crepuscolo s’era incontrato per la prima volta col suo. La sua testa, poggiata allo schienale, aveva seguito il moto di lui che camminava: ora si sollevò come per muovere incontro allo sguardo, e ricadde sul petto in modo che gli occhi guardavano da sotto in su, mentre il volto assumeva l’espressione distesa, intimamente raccolta, del sonno profondo. Ma a lui parve che il pallido e soave psicagogo laggiù gli sorridesse, gli facesse cenno; che, staccata la mano dall’anca, indicasse lontano nell’immensità ricca di promesse, precedendolo a volo. E, come già di frequente, si dispose a seguirlo.

Minuti passarono, prima che si corresse in aiuto dell’accasciato su un fianco. Lo portarono in camera sua. Lo stesso giorno, a un mondo rispettosamente commosso pervenne l’annunzio della sua dipartita.