L’USCITA PROIBITA di A.Fancetti

PUNTATA DICIASETTESIMA

Rubina osservava il lago dalla finestra della sua camera da letto. Era tornata a Domaso per trascorrere il consueto “Ponte dei Morti”. Si sentiva più che mai a disagio nella casa dove aveva trascorso la sua infanzia insieme alla madre. Le acque del lago scintillavano al riflesso del pallido sole di novembre. Avevano un colore metallico, vagamente inquietante. Le montagne dai colori brillanti vi si specchiavano dentro, sembravano pavoneggiarsi nei loro nuovi abiti dorati e rosso porpora. Rubina aprì la finestra per poter meglio osservare il giardino sottostante. Una brezza gelida invase la stanza portando con sé il noto profumo di stoppie e legna bruciata. Aveva sperato di incontrare suo padre durante quella breve vacanza, ma lui era in viaggio all’estero a causa dei suoi impegni di lavoro che, a suo dire, non tenevano conto di alcuna festività. L’aveva accolta Paolo, il nuovo amico di sua madre, un trentenne che i suoi amici non avrebbero esitato a definire uno sfigato. Non si poteva affermare che dimostrasse più della sua età, ma l’atteggiamento goffo non lo rendeva poi tanto stonato accanto alla mamma, che Rubina considerava una patetica hippy di cinquant’anni.  

- Rubina è pronto il pranzo! Scendi prima che la pietanza si raffreddi. 

La voce di sua madre la chiamava dal soggiorno al piano di sotto. Aveva acceso il camino, allegre fiamme vermiglie aggredivano i ciocchi di legno profumato e li facevano scoppiettare. Sul tavolo era servita la polenta con lo stufato d’asino, un piatto tipico che la mamma preparava tutti gli anni in quella occasione. Ora le stava sorridendo felice come una bambina, i lunghi capelli striati di grigio le arrivavano fino alla vita. Una lieve rete di rughe le circondava gli occhi scuri e infossati, sempre strizzati a causa dell’eterna sigaretta che stringeva tra le labbra, mentre aspirava voluttuose boccate. Aveva mantenuto un fisico asciutto, portava quindi con disinvoltura i pantaloni di lana scozzese infilati in un paio di stivali da squaw e il maglione colorato acquistato durante un viaggio in Bolivia. Rubina osservò il cibo, cercò di reprimere senza successo l’ondata di nausea provocata dal profumo della pietanza.  

- Non ho appetito. Faccio un giro sul lago, tornerò prima che faccia buio – disse in tono deciso. 

- Ma insomma Rubina! È più di un mese che manchi da casa e non mi fai neppure il favore di sederti a tavola con noi! - replicò sua madre esasperata.

Paolo taceva osservandole entrambe. A Rubina non sfuggì il lampo divertito che gli brillava negli occhi mentre lei e sua madre discutevano. Uscì di casa senza rispondere. Detestava entrambi. Raggiunse in breve la passeggiata lungo il lago e arrivò fino al pontile, uno dei luoghi preferiti della sua infanzia. Si sedette con le gambe a penzoloni sull’acqua e appoggiò il viso alla staccionata. Il pallido sole era stato coperto da una fitta coltre di nuvole grigie, che si riflettevano nell’acqua conferendogli un aspetto plumbeo. Nell’aria umida anche le strida delle gabbanelle assumevano un tono desolato. Un tempo quel luogo le infondeva serenità, si divertiva a immaginare di salire su una barca e perdersi lungo il lago alla scoperta di luoghi meravigliosi. In quel momento avvertiva soltanto una profonda angoscia. Tornò lentamente verso casa avvolta nella lieve foschia che stava già salendo dal lago. Il tardo pomeriggio proiettava le sue ombre scure su quello scenario spettrale. Le finestre delle case basse cominciavano a illuminarsi. Un gatto stava seduto sul davanzale e la osservava con occhi curiosi. Rubina gli sorrise e lo vide socchiudere gli occhi in segno di risposta.

“Chissà cosa starà facendo Menelik?” Un’acuta nostalgia del palazzo di via Anfiteatro la colse all’improvviso. Allungò il passo e in breve fu a casa. Sua madre e Paolo erano seduti vicini sul divano davanti al televisore acceso. L’uomo si era tolto le scarpe allungando i piedi verso il focolare. La stanza era pervasa da una calda atmosfera di intimità, dalla quale Rubina si sentì defraudata. 

- Hai preso freddo, ti faccio una tazza di the? - chiese premurosa la mamma.

- Sì grazie, lo bevo volentieri. Poi salgo a preparare il mio zaino, domani torno a Milano.

- Avevo capito che ti saresti fermata qualche giorno… sei arrivata solo ieri sera - la mamma appariva delusa. 

- Non riesco a studiare qui, mi concentro meglio nella mia stanza a Milano - rispose seccamente.

- È per colpa di tuo padre? Sei delusa perché non si è fatto trovare? Eppure dovresti saperlo ormai come si comporta… - disse la mamma rivolgendole uno sguardo perplesso. 

- Papà non c’entra affatto. È un problema mio. 

- Magari Rubina ha un filarino a Milano e adesso non vede l’ora di tornare per stare con lui - si intromise Paolo, ammiccando con aria complice.

Rubina non rispose. Dopo aver bevuto il the salì in camera sua, ripose nello zaino le poche cose che si era portata e si coricò sul letto. Ripensò allo strano colloquio avuto con Neera, alcuni giorni dopo la sua avventura notturna in quella che definiva tra sé la “Città dei Fantasmi”. 

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