LA CODA DEL DRAGO - 3

- Siamo arrivati - disse Louis, indicandomi una catapecchia di legno e metallo con davanti un misero orto e una ancor più misera cuccia dalla quale fuoriuscì un cane spelacchiato che non appena fermai l’auto si mise a latrare come attraverso la griglia di una latrina nella quale era confinato. Dalle abitazioni vicine si sentiva provenire musica trasmessa dalla immancabile radio e parole in spagnolo attraverso le pareti, o dai porticati sotto i quali una popolazione di serie C si illudeva di prendere il fresco prima di prenderlo sul serio nelle carceri di contea, quando e se fossero stati beccati per furto, rapina, spaccio di droga, accattonaggio.

- Venga, signor Miller - invitò l'uomo. - Questa è la mia casa.

Lo disse con un misto di orgoglio e vergogna.

Lo seguii all'interno, in una stanza di media grandezza che faceva da cucina-soggiorno e in mezzo alla quale un tavolo di legno scheggiato reggeva una vecchia rivista e un libro più recente perché scolastico, che era appartenuto alla bambina.

- Si sieda - disse l’uomo. - Pur essendo vecchie, sono sedie che reggono ancora. Posso prepararle un caffè?

- No, la ringrazio - rifiutai. - Dove dormiva Angela?

- Di là - indicò con la mano un varco che doveva immettere in un'altra stanza. Mi precedette, ed eccomi varcare l'ingresso di una misera camera da letto dove neppure i colori vivaci come i sogni di una bambina avevano avuto il potere di umanizzarla e migliorarla.

Un lettino a una piazza; un comodino provvisto di abat-jour; un tavolino con sopra una libreria piena di vecchi e sfatti libri e un paio di quaderni posati sul ripiano del tavolo. C'era poi un piccolo armadio contenente piccoli -perché piccola ancora era la bambina- vestiti, e due paia di scarpe: uno estivo e l'altro invernale. Sulla scrivania si trovavano due foto: una rappresentava Angela, sorridente anche perché si trovava in riva all'oceano; l’altra una donna ancora giovane ma non più bella, perché i pochi anni trascorsi dalla giovinezza con molti carichi di sofferenza l'avevano recisa come un fiore troppo maltrattato. 

- Lei è Miranda, mia moglie - spiegò l'uomo con voce rotta.- Ora che anche Angela non c’è più, non mi

resta granché da vivere.

- Lavora ancora? – mi informai.

- Lavoro nella proprietà del signor Barlett e vivo con i pochi soldi che ho messo da parte e con quelli più consistenti che la bontà del signor Barlett mi ha donato.

- Barlett le ha donato dei soldi?

- Sì. È stato da parte sua un gesto generoso che non dimenticherò.

Non gli chiesi di quanto si trattasse. Pensai invece che era una vergogna che un povero disgraziato come Luis Gutierrez era fosse costretto a pagare di tasca propria perché la legge del nostro Paese non era una legge anche sua, cittadino di serie C com’era. Presi a sfogliare i quaderni presenti. Erano infarciti di disegni di buona fattura, accompagnati da una scrittura nitida e precisa nella quale venivano riportate le lezioni apprese a scuola o i temi agli scolari assegnati. Sedetti e li lessi per intero, perché scritti in un buon inglese e con un’ottima calligrafia. Volevo sapere se Angela aveva magari incontrato qualcuno, magari un adulto, magari un farabutto e l'avesse poi riportato su quelle pagine. Ma così non era stato. Cercai quindi fra i libri, scorrendone le pagine alla ricerca di eventuali foglietti contenenti appunti.

Restai un paio d'ore, in quella povera e triste casa.

Dopodiché mi accomiatai dal mio cliente stringendogli la mano con solidarietà.

- Arrivederci, signor Gutierrez. Fra qualche giorno la contatterò. 

Quando uscii l'aria era intrisa di odori non propriamente floreali ma tanto più vivi di quelli americani. 

Era una predominanza di odori di cucina, così che quando rientrai nell’abitacolo dell'auto mi parve che l’odore emanato dalla carta profumata al suo interno fosse quello di una sorta di piccolo paradiso.

Tramite la notizia appresa da un giornale gentilmente messomi a disposizione da un barbiere la cui modesta bottega si trovava a cinquecento metri dalla residenza di Gutierrez, e che aveva conservato perché chi aveva trovato quella morte orrenda aveva fatto parte della comunità messicana, venni a conoscenza del luogo dove la povera Angela era stata ritrovata. Era situato in una pineta distante nove miglia da lì, un luogo provvisto di alberi sempreverdi che davano all'ambiente un respiro che rappresentava un’oasi dal caldo di quel luogo soffocante. Fermai l'auto al limitare della pineta, scesi e mi addentrai fino a trovare il punto esatto dove il corpicino della bambina era stato scoperto. Questo mi fu reso possibile perché la zona era stata circoscritta col gesso, che aveva perimetrato la figura di Angela.

Osservai la sagoma con attenzione. Immaginavo che nonostante la scarsa volontà manifestata da parte degli agenti il terreno doveva essere stato esaminato con attenzione. Per cui, difficilmente dovevano essere rimaste tracce provenienti dalla belva che aveva stroncato quella giovane vita. Ciononostante esaminai attentamente il terreno sottostante, le piante circostanti, gli arbusti limitrofi. 

Antonio Mecca

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