LA CODA DEL DRAGO - 4

I due: carnefice e vittima, erano arrivati con ogni probabilità dal sentiero di terra battuta che io stesso avevo appena percorso. Forse Angela aveva nel frattempo compreso che l'uomo accanto a lei era un tipo strano, pericoloso, e aveva cercato di sfuggirgli. O, forse e più probabilmente, la ragazzina era stata portata da viva in un altro luogo, lì uccisa e quindi trasportata nella pineta. Quello sembrava nel suo squallore un luogo ben poco frequentato, per cui relativamente sicuro per potervi depositare il cadavere di una bambina. 

Perlustrai il terreno, chinandomi di tanto in tanto per meglio visionarlo. Ma non mi fu possibile scovare nulla. Per cui decisi di lasciare quel posto e tornare alla mia auto. Guidai fino alla prima area di servizio che mi riuscì di trovare, una stazione della Caltex il cui addetto: un simpatico uomo di colore, mi mostrò la dentatura perfetta in un sorriso abbagliante simile al bianco neon che nel buio della notte segnalava la presenza della stessa stazione. Chiesi il pieno e richiesi un controllo di olio, acqua, pressione dei pneumatici. Dopodiché mi diressi alla vicina cabina del telefono dove una volta infilate alcune monete nella apposita scanalatura sollevai la cornetta e formai sul disco il numero dell'ufficio di Bill Howard, anatomopatologo della contea di Santa Barbara. Bill era mio amico fin dai tempi in cui, dieci anni prima - alla fine cioè degli anni Trenta - svolgevo il servizio di pattuglia di una parte della Città degli Angeli, angeli con le ali spezzate perché irrimediabilmente corrotti dagli umani che spesso di umano non avevano proprio un bel nulla.

- Pronto? – rispose: la sua voce.

- Come sempre - replicai.

- Lew? Sei tu?

- O un suo clone. Come ti va, Bill?

- Si cerca di farsela andare. Di questi tempi, poi, dove tutto è così incerto… Da poco è finita una guerra su larga scala, e già si parla di una su scala più ridotta in Oriente, per poi fra un po’ magari inaugurare anche quella più in grande stile con la Russia.

- Evidentemente è il nostro destino. Non ci potevamo illudere di limitarci al solo sterminio degli indiani…

Venni quindi al dunque: - Bill, avrai saputo dell’orrenda morte avvenuta la scorsa settimana di una bambina messicana di Santa Barbara, stuprata da un mostro e poi ritrovata cadavere nella pineta presente a una decina di miglia dalla squallida periferia dove la bambina abitava con il padre…

- Sì - confermò. - Che mondo, vero? Qualcuno ne imputa la colpa alla guerra, come se i suoi germi nefasti abbiano potuto infettare anche le menti dei cosiddetti civili. La realtà però è che il male c’è sempre stato: in ogni epoca e in ogni Paese, e che mai ce ne potremo liberare.

- Purtroppo. Senti, Bill: so che non sei stato tu ad esaminare il cadavere della bambina, però vorrei

che potessi contattare chi lo ha fatto e scoprire se è stato rilevato qualcosa sul corpo di lei.

- Ti stai interessando a questo caso, Lew?

- Sì. Per conto del padre della bambina.

- Capisco.

Per un po’ nessuno dei due parlò più.

- Va bene, Lew - riprese quindi Bill Howard. - Tenterò. Ci sentiremo stasera. Dove ti trovo?

- In ufficio. Oppure a casa. Non credo in un posto diverso né migliore.

- Okay, allora. A stasera.

Riagganciò, e io immediatamente dopo di lui. Tornai quindi alla mia auto, dove il coloured man era impegnato nel rilevare la pressione dei pneumatici. Lo faceva con competenza e destrezza, e mi venne da pensare a Luis Gutierrez, che forse anche lui aveva lavorato con entrambe queste qualità perché si trovava in una terra promessa nella quale le promesse talvolta vengono anche esaudite.

- Ho finito, signore - mi disse dopo avermi rivolto un sorriso luminoso, quasi mi fosse grato per avergli permesso il grande onore di sporcarsi le mani con la mia auto. 

- Non c’è fretta, amico - lo tranquillizzai. Dopodiché pagai quanto dovevo lasciandogli una mancia generosa, quasi non pagassi soltanto per lui ma anche per Luis e per altri poveri diavoli costretti dal colore della loro pelle e dalla provenienza della loro etnia a lavori sotto stipendiati. 

L'uomo se ne stupì, e con lo sguardo me ne chiese la ragione.

- Tieni pure - lo rassicurai. Mi ringraziò commosso.


Antonio Mecca

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