LA CODA DEL DRAGO - 5

Verso le sette di sera ero in ufficio, e questo da circa un’ora. La calda luce del giorno al tramonto illuminava quasi con affetto e considerazione la stanza nella quale mi trovavo, rendendola più bella e al tempo stesso più squallida, perché l’intensità della luce era ancora tale da mettere in risalto anche le negatività presenti. Compreso il sottoscritto seduto dietro la scrivania. Pensavo. E non erano quelli pensieri piacevoli.

La radio trasmetteva musica jazz perché sintonizzata su una stazione specializzata in quel tipo di musica e perché io ero un appassionato di quel genere musicale. Stan Kenton imperversava, in brani che pur avendoli ascoltati tante volte sempre li trovavo meravigliosi.

Pensai a cosa c’era dietro quelle creazioni, sebbene non sempre e non da parte di tutti loro. Ma non ci si doveva pensare, perché altrimenti non si sarebbe apprezzato quello che erano capaci di creare quei signori spesso abbrutiti dall’alcool e dalla droga. A ben conoscere l’essere umano, si sarebbe finiti per odiare pressoché qualsiasi cosa.

Le luci elettriche esterne erano accese già da un po’, sebbene non ce ne fosse bisogno, ma si sa: l’America è ricca, l’America è sprecona. Odori di gas di scarico, di benzina bruciata, di cucina a basso costo, di piante stremate dal calore assorbito durante la giornata penetravano dalla finestra spalancata, odori ai quali le pale del ventilatore al centro del soffitto sembravano rimestarli come le pale meccaniche di una impastatrice intenta a impastare il pane.

Il suono del telefono mi fece sobbalzare, sebbene me lo aspettassi. Un po’ come Oliver Hardy quando gli rovesciarono per la prima volta un secchio d’acqua in faccia. Se lo aspettava, sì, ma non in quel momento.

Afferrai il ricevitore e dissi: “Pronto”.

- Lew, sono Bill. Ho avuto modo di parlare con Frank Masters, il collega che ha esaminato il cadavere della piccola Angela. Ebbene, la poveretta è morta in seguito alle lacerazioni provocate dalla bestiale violenza che ha subìto, ma forse non solo per quella. Infatti la sua testa presenta anche una contusione dovuta a un corpo contundente con il quale è stata colpita. È come se l’assassino l’avesse voluta stordire per poi abusare di lei.

Non dissi nulla, intento a pensare.

- Ma c’è di più – proseguì Bill. – L’oggetto con il quale Angela è stata deflorata ha perso una scheggia del materiale di cui era composta, e questo materiale risulta essere d’oro. Una piccola scheggia, 30minuscola

  quanto si vuole, ma chiaramente identificabile nell’origine di quella sostanza.

- Adesso è conservata nel laboratorio? – mi informai.

- Sì. Non penserai mica di recarti lì per appropriartene? 

- Non ci penso affatto – lo rassicurai. – L'importante è che venga conservata fino a quando si raggiunga la

  raccolta di prove che conducano all’incriminazione dell’assassino. 

Dalla finestra giunse il suono stridulo dei pneumatici intenti ad affrontare la curva della strada sottostante a velocità troppo sostenuta. Così mi pareva essere spesso l’esistenza: una strada piena di curve pericolose affrontate troppo spericolatamente.

- Va bene, Bill: ti ringrazio molto.

- Okay, Lew. Buona serata.

Riagganciai a mia volta, mi infilai la giacca, spensi il ventilatore e uscii da quella fornace.


Antonio Mecca

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