LA COMPAGNIA DELLA TEPPA

Storia e vicende (anche inedite) che portarono lo scompiglio nella Milano dell ’ottocento
- Prima parte

Cominciamo col dire che la fedele traduzione di teppa, dal nostro dialetto all’ italiano, è muschio.
Ad aggiungere una nuova accezione negativa al termine fu la famigerata Compagnia della teppa, che trasse il proprio nome, secondo la storiografia più diffusa, dal fatto che i membri bighellonavano sul manto erboso (o di muschio) intorno al Castello Sforzesco. Un significato meno accreditato sostiene invece che gli adepti portassero un cappello a tricorno di felpa arruffata simile appunto alla teppa.
Da allora teppa divenne sinonimo di gentaglia e cominciò ad andare a braccetto con locch, perdigiorno, balordo, malvivente dando vita in seguito alla parola teppista.
Sulla storica compagnia della teppa, fondata tra il 1816 e il 1817 e sciolta nel 1821, si è scritto e tramandato parecchio; l’opera più ricca di informazioni a riguardo è certamente Cento Anni di Giuseppe Rovani. Nel 1941 fu prodotto anche un film per la regia di Corrado D’Errico: molto liberamente ispirato alla reale compagnia ma ambientato, guarda caso, durante il periodo napoleonico e non sotto l’occupazione austriaca. Non molti anni dopo la prima compagnia della teppa, se ne formarono una seconda, di breve durata e del tutto ininfluente, e una terza, considerata la vera e propria seconda compagnia della teppa.
Partiamo dal principio. In origine la compagnia della teppa era un gruppo composto non da malviventi ma da giovani di buona famiglia, artisti e addirittura aristocratici; una sorta di scapigliatura estrema che fomentava i milanesi contro l’occupante austriaco. In poco tempo si aggregarono sempre più persone delle più disparate estrazioni sociali ma, purtroppo, la compagnia presto degenerò; le riunioni nei caffè letterari a scopi insurrezionali furono sostituite da scherzi sempre più pesanti, violenza gratuita (organizzavano agguati nel buio della notte per bastonare i mariti delle mogli su cui avevano posato gli occhi o chiunque non andasse loro a genio), mangiate a scrocco e stupri. La polizia asburgica, comunque, sembrava tollerare: un po’ per non creare ulteriore tensione in una contesto già delicato, un po’ perché alcuni giovani della compagnia appartenevano a famiglie milanesi influenti, non intervenne mai drasticamente. Non prese provvedimenti nemmeno quando alcuni membri gettarono nel Naviglio la garitta (un piccolo box solitamente di legno per proteggere dalle intemperie le sentinelle), con dentro un soldato che si era addormentato durante il suo turno di guardia.

A capeggiare la compagnia della teppa era il barone Gaetano Ciani, meglio noto con lo pseudonimo di Baron Bontempo. Nato nel 1780, fratello di Giacomo e Filippo, che in seguito divennero due noti patrioti milanesi, ripudiava il lavoro come la peste e preferiva spassarsela scialacquando il ricco patrimonio di famiglia: a tal proposito affittò Villa Simonetta per farne la sede della compagnia. Altri membri della compagnia della teppa, sempre a quanto riporta il Rovani, erano: Il Paltumi, Il Besozzo, Il Barozzi, Il Carulli, il malvagio Milesi e un noto assassino di nome Giosuè Bernacchi che finirà in seguito al manicomio della Senavra, solo per citarne alcuni. Una menzione di riguardo va senz'altro all'ideatore della maggior parte delle burle, Mauro Bichinkommer, figlio di genitori svizzeri ma nato a Milano, in grado di schernire la soldataglia austriaca col suo fluente tedesco ma, soprattutto, talentuoso falsificatore: pare fosse talmente abile da riprodurre perfettamente ogni firma o documento. Da ricordare assolutamente due dei suoi scherzi più riusciti. Il primo, ai danni del Cardinale Karl Von Gaisruck, piazzato di proposito dagli austriaci a capo della diocesi Milanese per controllarla; uomo di rara avarizia, fu costretto a pagare di tasca propria un sontuoso banchetto a diciotto prelati perché il Bichinkommer aveva riprodotto il suo timbro e falsificato la sua firma. Il secondo riguarda invece un gran ballo in onore del viceré Ranieri nel 1820. Sempre il Bichinkommer, presentò una falsa lettera del cerimoniere, il conte Settala, che ordinava a tutte le carrozze di tornare a palazzo; all'uscita i numerosi e nobilissimi invitati furono costretti a rincasare sotto un violento acquazzone, ricoprendosi di fango fino alle ginocchia e lordando i lussuosi abiti. 

Fine prima parte

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