LA MISERIA CHE ATTANAGLIA MILANO

Quindici. Questo è il numero di mendicanti tra Piazza Cinque Giornate e Piazza Oberdan, all'incirca un chilometro, contato un sabato pomeriggio. E su un solo lato del marciapiede, escludendo il consueto capannello di ubriachi in Piazza del Tricolore.

In ordine troviamo. Un uomo proveniente dall'Europa dell’est, tra i 40 e i 50 anni, con sempre accanto un cane simpatico ed educato; Un rumeno che staziona davanti a una banca; tre ragazzi fuggiti dalla guerra e dalla disperazione di una qualche nazione africana; un uomo di età indecifrabile, perennemente steso sul marciapiede perché sempre sbronzo; una donna corpulenta proveniente dalla Romania in pianta stabile davanti a una chiesa; quattro giovani, anch'essi fuggiti dal proprio paese all'unico scopo di sopravvivere; un italiano sulla trentina, alto e scheletrico, con un evidente trascorso di tossicodipendenza; un artista improvvisato che crea piccoli origami, alcuni decisamente notevoli, con fogli di carta colorata. Un ragazzo affetto da una malformazione congenita agli arti inferiori. E, infine, una tenera e attempata signora italiana, dall'inconfondibile cappotto purpureo, che domanda una mano per poter tirare sino alla fine del mese.

Ognuno di essi si porta appresso una storia personale; che sia una vicenda di disgrazie e di sfortuna o di parassitismo e pezzenteria, poco importa. In una città che si proietta verso il cielo con titanici aghi di acciaio e vetro, dove gli immobili hanno raggiunto prezzi ben al di là della decenza e lo spropositato numero di ristoranti ci costringe ormai ad assumere digestivi anche da digiuni, un impressionante sottobosco di umanità ai margini vive o sopravvive per le nostre vie.

Doveroso quindi, sempre e comunque, da parte dei professionisti della stampa, degli scrittori e dei poeti, mostrare un quadro completo del proprio presente senza che sia il denaro a dettar la battitura della realtà. Cronisti super partes del proprio tempo che rivelano il lato nascosto di una città di frutta candita, decantata dai media per l’opulenza e la modernità. Intendiamoci; la povertà è sempre esistita e forse nulla è cambiato dalla Milano descritta dal Valera e dagli Scapigliati che si sforzarono, talvolta esagerando, di lasciarci il rovescio della medaglia dell’anche allora sfavillante intraprendenza meneghina. Tuttavia il tessuto sociale risultava più compatto e sinergico. Borghesi, aristocratici e popolani coesistevano e collaboravano. La miseria e l’analfabetismo erano all’ordine del giorno ma nessuno cercava di negarne o camuffarne la presenza.

Oggigiorno, il quadro generale o viene volutamente evitato o sfugge ai più. Il sistema Milano sta fallendo. La coesione sociale si sta disgregando, soppiantata da un individualismo esasperato, mai veduto o analizzato in precedenza. I nuovi borghesi, se di borghesia possiamo ancora parlare, non fanno altro che tutelare i propri interessi e la ricchezza è divenuta una condizione fine a se stessa senza redistribuzione alcuna: tutto questo con buona pace del mecenatismo e della filantropia meneghine. Il ceto medio, da sempre collante essenziale della milanesità, è stato messo in ginocchio e costretto a spostarsi sempre più nelle periferie mentre la classe operaia appartiene ormai alla storia come la produzione autoctona. A Milano non c’è più spazio per realtà che potrebbero offuscarne l’immagine di patinata metropoli all'avanguardia. Eppure, paradossalmente ma neanche troppo, conviviamo ogni giorno con una quantità impressionante di bisognosi, destinata a crescere in futuro che, tra fastidio e diniego, tolleriamo.

A questo proposito, mi rammento di una ridicola petizione che circolò nel quartiere anni addietro. Alcuni cittadini, giustamente esasperati dalle condizioni in cui versava la zona, cominciarono a raccogliere firme per far trasferire l’Opera San Francesco, che si occupa di fornire pasti caldi e servizi per l’igiene personale, in una zona periferica. Attenzione: non domandarono un tavolo di confronto in cerca di regole per una civile e pacifica convivenza ma solo di non aver più sotto gli occhi quei personaggi alla Dumas.

Ovviamente tutto finì con un nulla di fatto. O meglio: i residenti non ottennero nulla ma un bella paratia venne eretta per separare la raffinata clientela del prestigioso Hotel Château Monfort dalla fila di poveri in attesa di un pasto. Insomma, i belli e bravi da una parte e i brutti e cattivi dall'altra. Definitela polvere sotto il tappeto o “occhio non vede e cuore non duole”, ma quello fu il primo tassello della nuova Milano che si prospettava all'orizzonte. Una città di benestanti, concepita per benestanti dove le zone in ombra non dovevano aver spazio o visibilità.

Tra settimane della moda, eventi, lustrini e un albero di Natale ecosostenibile da un milione di euro in Piazza del Duomo, c’è da domandarsi per quanto ancora saremo in grado di sostenere l’indicibile miseria che, quando non ignoriamo, non siamo in grado di aiutare. Milano 20 novembre 2019.

Riccardo Rossetti