NON RIESCO PIÚ

Non riesco più a passeggiare per strada senza che i miei simili mi vengano addosso.
Non riesco più a salire o scendere da un mezzo pubblico perché le persone non mi vedono come non vedono gli anziani bisognosi di un posto a sedere.
Non riesco più a scambiare due chiacchiere al bar con sconosciuti che forse si rivelerebbero affabili e cordiali.
Non riesco più a girare tra le corsie di un supermercato perché la gente è ferma, isolata e a capo chino sul proprio telefono.
Non riesco più a mostrare la gentilezza di questa città fornendo indicazioni stradali ai turisti perché le mappe on line hanno sostituito la cortesia nostrana.
Non riesco più a non provare un brivido quando vedo bimbi nei loro passeggini, a malapena capaci di parlare, inebetiti di fronte a uno schermo mentre fissano forme e colori artificiali, invece di apprendere dai contorni e dalle sfumature del mondo.
Non riesco più a discorrere con la mia compagna a fine giornata perché suoni elettronici e futilità mi scalzano e mi rimpiazzano di continuo.
Non riesco più a trascorrere una sera a cena con gli amici di una vita perché la conversazione viene costantemente interrotta da clip video che spaziano dall'inutile all'idiota.
Non riesco più a scorgere la complicità dei miei concittadini ma soltanto diffidenza quando a malincuore sono costretti a riemergere da un mondo rarefatto e inconsistente.
Non riesco più a comprendere, o forse non ho compreso mai, perché vengano chiamati social network quando l’unico effetto concreto e tangibile sia stato quello di isolarci gli uni dagli altri.
Non riesco più a giustificare il termine “popolo della rete” perché non è mai esistito; è solo un’entità astratta ed effimera dove ognuno pensa per sé.
Non riesco più tollerare quest’illusione democratica, esercitata nell'isolamento della propria casa o del proprio ego, che dona una fasulla parvenza di libertà ma in realtà ci controlla e ci manipola, rendendoci immobili, catatonici e inerti come mai prima d’ora.
Non riesco più a sopportare che la sacrosanta libertà individuale sia mutata in menefreghismo individuale dove le uniche evidenze consistono nel più ridicolo narcisismo, fiero della propria banalità, ouno squallido voyeurismo che spia le vite altrui dal buco della serratura. Che l’eccellenza e la mediocrità si confondano, i piagnistei e il dolore autentico non abbiano più un confine, e pesino egualmente nella vita di ogni giorno.
Non riesco più a distinguere in questo mare paludoso di sovra informazione coloro che veramente hanno qualcosa di ragionevole e sensato da riferire da quelli che farebbero bene a tacere.
Non riesco più.

Riesco tuttavia ancora a scorgere la speranza che un giorno, dopo un lungo coma, la generazione alla quale avremo lasciato un pianeta morente, una società iniqua e tanta solitudine, si desterà desiderando un mondo più concreto. I ragazzi usciranno dalle proprie case e scenderanno nelle piazze; comprenderanno che senza il confronto diretto, il contatto umano e una tangibile empatia nulla potrà cambiare; malediranno coloro che li hanno preceduti e li prenderanno come modello da non seguire mai più.
In principio avranno paura e non sapranno come rapportarsi tra loro perché un arido individualismo sarà l’unica eredità che avranno ricevuto. Ma basterà poco. Basterà che si guardino negli occhi, consci di esserci gli uni per gli altri, moralmente e fisicamente, e ritroveranno il piacere di stare insieme; doneranno nuovamente dignità al termine esser umano, senso alla democrazia e valore alle emozioni; riscopriranno il coraggio, la partecipazione e l’appartenenza, rischiando e affrontando in prima persona ogni difficoltà senza più nascondersi vilmente dietro uno schermo.
Tenteranno di rimediare ai nostri errori. Non oso nemmeno immaginare quanta fatica costerà loro ma son certo che ce la faranno.                                                                                                                                                                                                                                                                 

Riccardo Rossetti


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