Note e dissonanze

Per non dimenticare

Tra le ammirevoli architetture e sculture nel Cimitero Monumentale è doveroso soffermarsi al Monumento dello studio BBPR, che si trova dopo l'imponente edificio del Famedio. La sigla rappresenta l’acronimo dei cognomi di chi progettò l'edificio: gli architetti Gian Luigi Banfi, Lodovico Barbiano di Belgiojoso, Enrico Peressutti ed Ernesto Nathan Rogers. Erano compagni di studio al Politecnico di Milano e nel 1932 decisero di fondare con questa sigla il primo studio collettivo di architettura. Ma lasciamo ai critici d’arte analizzare  questo monumento; a noi interessa sapere che attorno a questo edificio ogni anno si tiene una cerimonia commemorativa dei caduti milanesi di tutti i lager. Lo stesso monumento è dedicato a 800 milanesi morti nei campi nazisti, incluso uno degli architetti dello studio, Gian Luigi Banfi, membro di Giustizia e Libertà, che fu privato della vita pochissimi giorni prima della fine della guerra. L'opera stessa può anche rappresentare il segno della ripartenza di Milano dopo la guerra in quanto il suo progetto, è stato realizzato per l’Associazione dei deportati, in una settimana dai tre architetti sopravvissuti del collettivo. Tra questi due avevano rischiato la vita, poiché Rogers da ebreo fu esule in Svizzera, Belgioioso visse da partigiano. Tra i nomi riportati dal 1961 sulle sette lastre di pietra alla base del monumento figura, per volontà popolare, anche quello di Mafalda di Savoia. “Un monumento leggero e delicato ci chiede di non dimenticare”. (dal Corriere della Sera, 29 novembre 2020)   

Da riparare il male fatto.

Da un'intervista ripresa dal Corriere della Sera il 20 ottobre scorso  al criminologo Paolo Giulini, presidente del Centro italiano per la promozione della mediazione fondata 25 anni fa sappiamo che c’è chi lavora per far prendere coscienza della violenza consumata su altre persone e come riparare. Verso la fine del 1995 Paolo Giulini, dopo la rivelazione di un sogno da parte  di un uomo violento che fino allora negava le sue condotte aggressive, riuscì a fargli ammettere la sua responsabilità e quindi a fargli cambiare comportamento; da allora  capì che “c’è un modo di aprire delle crepe nella negazione… e che queste persone tocchino con mano la gravità delle loro condotte, perché capiscano e non replichino”. Non basta. La chiave di tutto, secondo il criminologo, è la riparazione, che significa tante cose: oltre a capire il  disvalore del prprio comportamento il violento deve risarcire il danno e fare azioni che tengano conto delle esigenze della vittima. Perfino “si può arrivare anche all’interazione fra il reo e la vittima o la sua famiglia”. Nasce così l’idea di fondare il Centro Italiano per la promozione della mediazione (Cipm) che “è una cooperativa sociale ….che oggi conta una ventina di operatori di area clinica e criminologica. Ci occupiamo della sofferenza dell’uomo. Scomponiamo un atto lesivo, cerchiamo di capire che cosa produce  e come lavorare con chi lo ha commesso. Promuoviamo la gestione pacifica dei conflitti che, ripeto, non è il nostro focus ma uno strumento per applicare la giustizia riparativa”. Gli operatori del Cipm non operano solo nelle carceri, ma anche sul territorio. A Milano, per esempio, gestiscono il presidio criminologico territoriale del Comune. Si occupano “di violenze nelle relazioni strette, prevalentemente stupri , maltrattamenti, violenza di genere e stalking”. In pratica lo fanno come prevenzione  sia a fine pena sia come funzione riparativa. Il modello del Cipm è stato promosso in diverse regioni. È stato chiesto a Giulini se ha conosciuto stupratori non guaribili. Ha risposto che ha avuto da fare con una persona che dichiarava il lutto della sessualità, quindi l’impossibilità di redimersi, ma che comunque partecipava alla dinamica di gruppo, per provare a controllarsi. Il pericolo di recidiva, secondo l’emerito criminologo, è molto basso, ad esempio nel 2005 nel carcere di Bollate su 317 detenuti, le recidive sono state undici. Un buon risultato che  fa onore all'impegno del Centro, soprattutto se si considera che  il Cipm non ha mai smesso di operare, persino durante il lockdown.  

Luciano Marraffa

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