PER GLI AMANTI DEL GIALLO

Continua ogni giorno, sempre alle ore 9:00, sino alla sua conclusione il romanzo Nero su bianco di Antonio Mecca . Saranno graditi commenti, consigli, gradimento e comunicazioni. indirizzare a

edbedizioni@libero.it - Rubrica: "Per gli amanti del Giallo". Buona lettura

- Nero su bianco
 
Decisi di cominciare dagli studi di registrazione nei quali Samuel Galton era stato impiegato. Si trovavano sull’Hollywood Boulevard, come mi era stato detto dalla mia cliente, all’altezza della 7300 Ovest. Il boulevard è lungo circa cinque miglia, fiancheggiato in gran parte da costruzioni basse a due o a tre piani: ristoranti, hotel, bar, caffetterie, pizzerie, esercizi vari. Il tutto dà l’idea di una larga fetta di Spagna trapiantata nel Nuovo Mondo, come del resto secoli prima era avvenuto. Ogni tanto la simmetria delle sue costruzioni viene interrotta da corpi estranei costituiti da edifici nuovi più alti, più lussuosi, dove prima erano presenti mediocri bodegas o sudici motel. Gli studi di registrazione della Star Music avevano trovato ospitalità in un lucente e moderno edificio a otto piani rivestito di lucido cristallo blu, che rifletteva la luce del sole. Al suo interno, fra uffici direttoriali erano stati approntati sofisticati studi di registrazione che lavoravano per artisti del calibro di Nicholas Baldwin ma anche per artisti minori in quanto a successo planetario ma, forse, maggiori in quanto a bravura. Venivano poi utilizzati per il mixaggio di colonne sonore di film, o per la registrazione di musica da orchestra. Insomma: il lavoro non mancava, e il povero Sam Galton doveva essere stato impegnato non poco in produzioni non certo da poco. Quando giunsi all’ingresso dopo avere lasciato l’auto in un parcheggio a pagamento erano da poco passate le undici. Per accedere all’entrata bisognava salire tre gradini di marmo rosa, all’ingresso il cerbero di turno. Un molosso rivestito da una uniforme blu-cielo-sgombro-di-nuvole, ma che le nubi con relativi fulmini era pronto a scagliarteli addosso se appena gliene davi l’occasione. Pareva un ex pugile sgrezzato ma non troppo, come del resto il lavoro affidatogli richiedeva. Mi vide arrivare e mi consentì di raggiungere fino metà del lussuoso ingresso in marmo nero e bianco al pari di una tastiera di pianoforte a coda: la coda che era solita fare la fila di artisti che quotidianamente cercavano di entrare. Tentai di ammansire il bestione a due zampe e a un solo cervello: seppure non di media standard, con un sorriso rassicurante che non ne scalfì la corazza neanche di un millimetro. Con uno come lui l’unica apertura che si poteva verificare era quella della fessura in un carro armato dalla quale fare fuoriuscire la canna della mitragliatrice.
      - Buongiorno - esordii mostrando il tesserino della licenza, con una mia foto risalente a parecchi anni prima, quando ero più giovane.
      - Mi chiamo Stevens: sono un detective privato. - La sua espressione non mutò per nulla.
      - Sto indagando sulla morte di Samuel Galton, il quale suppongo abbia conosciuto. -
L’uomo non mutò espressione. 
      - Vorrei poter parlare con qualche suo collega, per cortesia.  
      Lui cortese non poteva esserlo mai stato, per cui l’impresa mi parve sempre più difficile. Siccome non sembrava avere compreso, allora sbottai.
      - Lei comprende l’inglese, o glielo devo ripetere nella lingua dei chicanos?
      La faccia gli divenne ancora più dura.
      - Se non ha appuntamento, può tornarsene da dove è venuto - sillabò, per meglio farmi capire. - Non siamo soliti ricevere sporchi poliziotti privati.
      - I poliziotti sono a volte sporchi proprio perché a contatto con gente come voi - replicai.
      I suoi occhi emanarono lampi. Si avvicinò con uno scatto felino sollevando al contempo il braccio destro, ma fui pronto con il mio sinistro a deviarglielo e a colpirlo con il pugno destro alla mascella sinistra. Non sembrò fargli più effetto di un buffetto dato con la mano carezzevole da un alcolizzato in segno di affettuoso amore-odio. Nel frattempo un suo collega si avvicinò rapidamente. Feci dietrofront e uscii. Nessuno mi seguì. Dopo avere ridisceso gli scalini, ed essermi ritrovato sulla strada, pensai di essere davvero a terra anche per ciò che riguardava la richiesta di incontrare un collega di Sam. Comunque fosse decisi di restare nei paraggi per un po’, tenendo d’occhio l’ingresso. Dopo circa un’ora, quando mezzogiorno era scoccato al campanile di una vecchia missione non lontana, un anziano di aspetto macilento uscì barcollando come un mozzo sul ponte di un’imbarcazione scossa dal mare grosso. Era accompagnato, tallonato quasi, da un uomo più giovane, più scattante e più allegro, che gli disse:
     - Allora, Bill: ci vediamo domani per quell’arrangiamento. Che a me sembra dannatamente buono.
     - O forse è solo buono e dannato - replicò il vecchio, - come il romanzo di Fitzgerald è “Bello e dannato”.
     - Scrittore che tu devi avere avuto modo di conoscere di persona, ai tuoi tempi, eh? - chiese il giovane con un sorriso.
     - Se alludi alla mia veneranda età, credo proprio che ti sbagli, visto che il vecchio Scott è morto nel 1940.
      - Appunto!
      Bill non replicò, continuando a camminare con la cautela tipica dei vecchi che muovono i loro passi nella via ben sapendo che sono anche gli ultimi della vita. L’altro gli dette una pacca sulle spalle e lo salutò: - A domani, Bill.
      - Sempre che ci arrivi, a domani - borbottò quest’ultimo. Poi si diresse verso un vicino bar, accingendosi ad entrare.



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