PER GLI AMANTI DEL GIALLO

Continua ogni giorno, sempre alle ore 9:00, il romanzo Nero su bianco di Antonio Mecca . Saranno graditi commenti, consigli, gradimento e comunicazioni. indirizzare a edbedizioni@libero.it - Rubrica: "Per gli amanti del Giallo". Buona lettura

Telefonai ad Helen Samson di lì a un quarto d’ora, dopo avere raggiunto una panchina situata in un giardinetto pubblico abbellito da bouganvillee e piante di jacaranda. Alcuni bambini giocavano sotto la supervisione delle loro madri o nonne o balie, strillando felici o piangendo infelici come se invece che saltare alla corda saltassero al cordone: quello ombelicale che fino a non molto tempo prima li aveva tenuti ancorati al più rassicurante ventre materno. Sedetti e composi il numero della ragazza datomi da Bill. Una voce giovane e fresca ma già come leggermente disillusa rispose dopo il terzo squillo.

- Sì. Chi parla?

- Mi chiamo Stevens, signorina Samson; Frank Stevens. Sono un detective impegnato a indagare sulla morte di Sam Galton. Avrei piacere di parlare con lei. Quando può e dove può.  

La risposta non arrivò subito. Quando arrivò sembrò non essere spontanea, come se il pensarci sopra l’avesse schiacciata appesantendola e rendendola affaticata in ciò che diceva.

- Potremmo vederci stasera, intorno alle sei, a Santa Monica, dove risiedo. Conosce Santa Monica?

- L’ho conosciuta inizialmente sotto il nome fittizio di Bay City datole da Chandler nelle sue storie. Ho poi avuto modo di andarci personalmente in più occasioni per lavori d’occasione.

- Ha presente il bar-pizzeria Coppola? Si trova nelle vicinanze del porto.

Ci pensai brevemente, quindi ricordai.

- Sì, so dov’è.

- Benissimo. Allora a stasera, intorno alle sei.

- D’accordo. La ringrazio.

La comunicazione venne interrotta. Osservai il quadrante del mio vecchio orologio da polso, risalente al 1948, anno in cui mio padre aveva iniziato a lavorare come poliziotto e lo aveva acquistato pagandolo con il corrispettivo di una mensilità di stipendio. Segnava l’una.  

Mi recai in un bar, dove ordinai una birra Miller e un club sandwich, che consumai con calma osservando la gente circostante felice di essere in pausa pranzo. Ripensavo a ciò che Bill mi aveva raccontato, nonché a quello che la mamma di Sam aveva avuto modo di dirmi. Chiesi un caffè, pagai il conto che mi lasciò più amaro del caffè senza zucchero appena bevuto. Al parcheggio presi la mia auto, lasciai l’Hollywood Boulevard per entrare sulla Wilshire, che mi avrebbe condotto a Santa Monica e da lì sul lungomare. Ci arrivai in poco più di mezz’ora. Trovai la pizzeria Coppola, le cui luci verdi, bianche e rosse riecheggiavano i colori della bandiera italiana che per molti emigranti al momento di abbandonare il proprio Paese rappresentava solo il verde delle loro tasche. Proseguii poi all’interno della cittadina, trovando la via nella quale Eddie Spencer risiedeva. L’indirizzo mi era stato fornito dalla mia cliente, insieme a quello relativo alla Star Music. E a quello di Tod Carlton, che probabilmente avrei agganciato al momento opportuno. La casa di Spencer era una costruzione modesta, un edificio in legno con tegole rosse e un verdeggiante giardino che circondava la casa come un contorno di verdura fresca una carcassa spolpata. La oltrepassai fino a quando trovai un posto per la Ford. Quindi tornai a piedi fino alla villa. Da una finestra semiaperta si rovesciava in strada la musica proveniente da un canale televisivo specializzato in programmi musicali, poiché la voce di un V-J commentava i vari brani trasmessi valorizzandoli ed esaltandoli. Aggiunsi a quella musica poli strumentale il suono unico prodotto dal campanello. La finestra da semiaperta che era si aprì del tutto, come quella di un orologio a cucù quando suona l’ora.  

Invece di un uccellino di legno fuoriuscì il mezzobusto di carne affumicata di un ragazzo di colore.

- Buongiorno - lo salutai.  

– Il signor Eddie Spencer? Mi chiamo Stevens; sono un detective privato.

- Ebbene?

- Vorrei parlare con lei di Sam Galton. Eravate amici, se non sbaglio.

- Ebbene? – ripeté lui. - Cosa c’è che non va?

- Nulla, direi. Sto indagando sulla sua morte, e mi piacerebbe poter parlare un po’ con lei di Sam.

Lui sembrò riflettere sulla cosa. Poi disse:

- Sta indagando per conto di chi?

- Per conto del cliente che mi ha ingaggiato - risposi restando sul vago.

Il ragazzo si prese altro tempo per riflettere. Era di quelli che se impiegati alla Difesa avrebbero agito quando l’attacco non solo era già avviato ma di già concluso. La decisione alfine presa fu quella di voltarsi presumibilmente in direzione del televisore, che spense o semplicemente azzittì con il telecomando. Poi rivolgendosi a me, disse:

- D’accordo. Entri pure. - Dopodiché scomparve dalla finestra per riapparire di lì a poco a figura intera, inquadrato sulla soglia della porta aperta.

- Entri, entri pure - ripeté. Evidentemente la ripetitività era una caratteristica in lui. Sospinsi il cancelletto in legno e presi ad avanzare lungo il vialetto che conduceva all’ingresso. Eddie continuava a fissarmi. Io intanto fissavo lui. Si trattava di un giovane intorno alla trentina, di statura media e corporatura robusta che la probabile inattività fisica non aiutava certo a smagrire, la faccia munita di un paio di baffi scuri come la benda che ricopre l’occhio orbo di un pirata. Sembrava essergli scivolata dall’occhio diretta alla bocca, per fermarsi invece sul labbro superiore. I denti risaltavano per contrasto ancora più bianchi, al pari di tasti mai usati di un nuovo pianoforte.

- Scusi il disturbo - dissi mostrandogli la licenza prima che potesse chiedermela; - non le porterò via molto tempo.

- Molto o poco, il tempo è denaro -disse. - E visto che ne dispongo di così poco, è bene che non ne perda più di tanto.

Non commentai ed entrai, trovandomi direttamente in un soggiorno abbastanza ampio, arredato con vecchi ma non antichi mobili e vecchissima ma non preziosa tappezzeria. Sul pavimento un largo tappeto sdrucito pareva un tappeto volante logorato dai troppi viaggi e ormai disabilitato a volare. Quattro poltrone che avevano conosciuto giorni migliori e fisionomie umane di eguale valore auspicavano un ritorno simile intorno a un tavolo di legno pesante su gambe ricurve a imitazione di quelle di mobili francesi ottocenteschi.

- Si accomodi - invitò il ragazzo. - Una birra?

- La ringrazio, ma l’ho appena bevuta.

Lui non insistette. Sedetti su una delle quattro poltrone, e lui seguì il mio esempio occupando quella a me di fronte. Sul ripiano del tavolo erano presenti in ordine sparso - vale a dire in disordine - alcune riviste di spettacolo e musica, e un libro dalla cui copertina campeggiava il nome di Sophie Kinsella.  

- Mia sorella ne è appassionata - sembrò scusarsi lui. - Letteratura di donne rivolta a un pubblico di ragazze.

- Capisco che per noi uomini quel tipo di letteratura sia un po’ ostico - replicai, - ma il leggerla ogni tanto può aiutarci a capire meglio le donne.

- E chi vuole capirle? - replicò lui.

Non feci commenti.

- Signor Spencer, lei era molto amico di Sam Galton?

- Sì. Direi proprio di sì. Perché vuole saperlo?

- Perché vorrei sapere se si è fatta un’idea riguardo l’incidente stradale nel quale Sam è rimasto vittima.

Lui scosse le spalle.

- Cosa posso dirle? Apparentemente Sam andava troppo veloce e ha affrontato male quella curva.

- Era solito andare troppo veloce?

- Solito, no. Ma talvolta lo faceva.

- Sul selciato sono rimasti segni di frenata?

- No. Non mi pare. Deve avere avuto un colpo di sonno. Sam lavorava molto, e la stanchezza può fare di questi scherzi.

- Lei che lavoro svolge?

- Nessuno, per il momento. Ho perso il lavoro sei mesi fa.

- Quale lavoro?

- Commesso in un drugstore. Ho risposto male al caposettore, ed eccomi a spasso.

- Non ha mai lavorato con Sam?

- Molti anni fa, quando ancora studenti e d’estate cercavamo di racimolare qualche dollaro. Di solito lavoravamo in un cantiere navale alla periferia della città. Tutto questo è durato tre o quattro estati, ma poi Sam - sempre più assorbito dalla musica - si è messo in un complesso funky-jazz guadagnandosi da vivere suonando il pianoforte e le tastiere.

- Già a quell’epoca componeva?

- Sì. Mi pare di sì. Erano canzoncine soul o disco.

- In seguito sembra che alcune di quelle canzoncine siano diventate dei brani noti perché eseguite da artisti del calibro di Baldwin.

- Sì. Credo di sì. Così perlomeno si diceva.

- Lei, signor Spencer, continuava anche negli ultimi tempi a frequentare Sam?

- Di rado. Non è che Sam si fosse dimenticato degli amici di un tempo, ma è che di tempo ne aveva sempre meno.

- E quel poco che aveva lo dedicava a una ragazza…

- Sì, infatti.

- Helen.

- Se sa già tutto, perché allora è qui? - chiese lui alquanto seccato.

- Perché non so tutto e quindi vorrei sapere qualcosa di più - risposi alquanto paziente. - Mi parli

 di questa ragazza. Sam le ha detto qualcosa al suo riguardo?

- Sì. Mi aveva parlato di lei. Ma non più di tanto, perché era un ragazzo molto discreto nelle faccende d’amore.

- Quel poco che le ha detto…?

- Semplicemente che lavorava alla casa discografica, che si chiamava Helen e che era bella come un angelo.

- Ha avuto modo di conoscerla?

- Una sera, per caso, da Coppola. L’aveva portata lì per una pizza. Quella però non mi è sembrata una ragazza da pizza. Sofisticata com’era, a me è parsa più da ristorante francese o: se italiano, da locale di prima classe. Non che il mio povero amico non potesse permetterselo: infatti pur non firmando i grandi successi che componeva, guadagnava però più che bene.

- Quanto, bene? Per ogni pezzo, quanto poteva ricavare?

- In teoria avrebbe dovuto guadagnare il cinquanta per cento, visto che le parole non erano sue. Ma il tutto si riduceva al dieci per cento, il che rappresenta comunque pur sempre una cifra di tutto rispetto.

- Che provenendo da gente di rispetto come i vari mafiosi che popolano quell’ambiente, non è infatti poco. - Non commentò. Chiesi se Helen fosse una ragazza di colore.

- No. È bianca come neve appena caduta. O come coca od ero appena tagliata.

Mi insospettì, quel paragone.

- Secondo lei si drogava?

- Chi non si droga, in certi ambienti? - rispose con una sorta di sghignazzo, che sembrava una sorta di vendetta da parte di un signor Nessuno verso certi signori Qualcuno.

Guardai l’orologio di papà: erano passate da poco le tre. Fra circa tre ore avrei potuto conoscere di persona la ragazza bianca come neve appena caduta. O come coca od ero appena tagliata. Mi alzai, tesi la mano al ragazzo ringraziandolo per il tempo concessomi e me ne andai.

CONTINUA DOMANI ORE 9 

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