PRIMO AMORE

Quando gli uomini cattivi uscirono dalla macchina, Rosa stringeva al proprio petto l'orsacchiotto che Salvatore le aveva regalato per Natale. Lo aveva portato con sé perché era la sua unica compagnia, visto che la madre era fuori tutto il giorno per lavoro e il padre si trovava dentro il carcere già da anni. Lei neppure se lo ricordava, il padre. E non provava neanche il desiderio di conoscerlo. Camminando aveva lasciato la squallida periferia dove alloggiava ed era giunta sulla costa, dove il mare luccicava sotto il sole rovente come un enorme turchese dai mille intagli, delimitato da una spiaggia deturpata dai rifiuti e offesa dalle decine di case abusive in parte completate e in parte abbandonate a metà costruzione. 
Fu in una di queste che la bambina entrò per riposare. Le piaceva l'odore del cemento fresco, perché le infondeva nell'animo una sensazione di nuovo, di speranza verso un futuro forse migliore perché ancora indefinito. 
L'auto sopraggiunse a forte velocità, frenando quindi bruscamente. Le portiere vennero spalancate di scatto, e il corpo di un uomo brutalmente scagliato a terra. Poi uscirono due giovani, uno dei quali armato di pistola. Rosa sentì impartire degli ordini con voce crudele, dopodiché l'uomo che si trovava a terra si alzò a fatica e spintonato dai due si avviò rassegnato in fondo al cortile, scomparendo alla sua vista. L'autista scese a sua volta dall'auto, girando lo sguardo tutto intorno. La bambina spalancò gli occhioni scuri. Salvatore! Senza quasi rendersene conto si ritrovò diretta verso di lui. Fu lo sparo a fermarla, proveniente dal punto in cui i tre uomini si erano appartati.
- Rosa! - mormorò Salvatore. Era un ragazzo di poco più di vent'anni, scuro di pelle e riccioluto di capelli. Rosa aveva dieci anni, e su di lui aveva imbastito il proprio nebuloso futuro cercando di dare corpo ai propri sogni di bambina. Avrebbe tanto desiderato lasciare quell'isola, la sua miseria e la sua violenza, dove tutto la sgomentava compresa la natura dai profumi eccessivi, quasi carnali, e le vecchie costruzioni barocche sovraccariche di decorazioni che parevano soffocare sotto tutti quegli orpelli, al pari di vecchie dame stracariche di gioielli. 
I due uomini tornarono in quel momento. Nel vedere la bambina si fermarono di scatto. Salvatore impallidì.
- Che ci fa qui, questa? - disse uno dei due, quello che pareva essere il capo del gruppo. 
- Salvatore... - mormorò la bambina sentendosi sommergere dalla paura. Il capo aveva il volto teso, cattivo.
- La conosci? - domandò a Salvatore.
Questi non rispose.
- La conosci? - ripeté urlando.
Il ragazzo annuì. - Abita vicino alla casa di mia zia - rivelò.
Il capo fece segno di sì con la testa, come per segnalare che aveva capito. - Uccidila - ordinò infine.
Salvatore sbiancò ulteriormente. - No... - disse in un soffio, il soffio di una vita che si spegne. - Per favore...
- Uccidila, ti ho detto! Ti ha riconosciuto.
IL ragazzo non si mosse. Il capo allora gli diede un violento spintone ed estrasse la pistola, puntandola sul volto della bambina.
- No! - gridò Salvatore impugnando a propria volta la sua arma. I colpi partirono riecheggiando nella calura del pomeriggio secchi come frustate che quella terra disgraziata riceveva da tempo e alle quali era oramai assuefatta. Il capo e il suo sgherro caddero al suolo, gli occhi sbarrati nel vuoto. Salvatore abbracciò la bambina emettendo mugolii da bestia ferita, fondendo la propria condanna con la sua disperazione.

Antonio Mecca

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