QUANDO IL TEATRO DIVENTA ARTE

Al Piccolo di Milano con Giorgio Strehler e Paolo Grassi

Ricorre quest'anno il centenario della nascita di Giorgio Strehler, avvenuta a Barcola provincia di Trieste il 14 agosto 1921, nonché della sua morte avvenuta nel Natale del 1997, a Lugano. Il nostro direttore Enzo De Bernardis, a quel tempo collaboratore anche dell'emittente svizzera di Lugano, ebbe modo di intervistarlo nella sala prove del Piccolo Teatro di Milano il 13 febbraio 1974, quando il celebre regista triestino aveva 53 anni splendidamente portati. Nel filmato in bianco e nero si vedono lui ed Enzo De Bernardis - il primo coi capelli bianchi come il velo che nella sua regia de "Il giardino dei ciliegi" avvolge la scena - il secondo coi capelli neri come l'asfalto che ricopre una strada: la strada che poi in qualità di giornalista di qualità avrebbe continuato a percorrere. Quello che allora così come ben prima di allora e come ben dopo sarebbe stato giustamente considerato il più grande regista teatrale italiano si era diplomato nel 1940 all'Accademia dei Filodrammatici di Milano, con l'entrata in guerra dell'Italia nello stesso anno si rifugiò in Svizzera, a Murren nel cantone di Berna, assumendo il cognome francese della nonna: Firmy. Qui incontrerà Dino Risi e Franco Brusati, futuri grandi registi del cinema italiano, e i tre daranno così vita a un Cineclub. Nel 1944 però Strehler verrà arrestato dai nazifascisti e incarcerato per sette giorni. Dalla sua per fortuna breve prigionia nascerà il testo della famosa canzone "Ma mi...", musicata poi da Fiorenzo Carpi. A guerra finita, Giorgio inizierà la sua ascesa come regista, mentre i suoi e non soltanto suoi aguzzini invece la discesa agli inferi da dove provenivano. Risale al 1946 il suo esordio nella regia teatrale e lirica. La prima con "La rivolta dei poveri", di Buzzati; la seconda con "Giovanna d'Arco al rogo", di Honegger. Il 14 maggio del 1947 fonda insieme a Paolo Grassi e alla moglie di lui Nina Vinchi il Piccolo Teatro di Milano in via Rovello, sito a metà strada tra piazza Duomo e il Castello Sforzesco, esordendo con "L'albergo dei poveri" di Maxim Gorkij. Adorato da molti e denigrato da non pochi, il regista subirà come la dolce Soubirous un processo: in questo caso per presunti appropriamenti di contributi del Fondo Sociale Europeo nel 1993, ma due anni dopo verrà assolto con formula piena. Nel 1985 il governo francese gli metterà a disposizione il famoso teatro Odeon e da lì proseguirà la sua prestigiosa carriera artistica e perseguirà il meglio che con una sua regia riesce a ricavare da un testo, sempre: a detta degli estimatori, rispettosa nei riguardi dell'Autore che l'ha ideata e scritta. Nel corso di quel 1985 il regista ottiene la Legion d'onore, massima onorificenza concessa dalla Francia. Giorgio Strehler, vanto dell'Italia e di Milano in particolare, morirà la notte di Natale del 1997, esattamente cinquant'anni dopo la fondazione Del Piccolo, durante le prove dell'Opera Lirica "Così fan tutte", di Mozart. Nella sua lunga carriera porterà sulle scene decine di commedie in prosa e di opere liriche, famosi in particolar modo Cechov (Il giardino dei ciliegi), Shakespeare (Re Lear, Giulio Cesare, La Tempesta), Brecht (L'opera da tre soldi), De Filippo (La grande magia). Dotato di forte e spiccata personalità, Giorgio Strehler non poteva non avere estimatori e denigratori, ma i secondi si sono con il passare del tempo assottigliati sempre più come la loro intelligenza occupante del loro cervello il minimo sindacale, mentre gli estimatori sono andati invece aumentando. A testimoniarlo vi sono le sue regie, tuttora replicate con successo. Questo non vuole stare a dire che talvolta non potesse sbagliare anche lui, perché anche lui era un essere umano, con tutti i difetti ascrivibili alla nostra razza ma anche con tutti i pregi che ci contrassegnano e che spesso lasciano il segno nella Storia umana. D'altronde ogni artista di forte spessore possiede una personalità talmente debordante da rischiare di tracimare dal boccale che a stento lo contiene e di schizzare quelli a lui sottostanti, gente che dal boccale per aborti, mai è uscita e che mai apporterà novità per l'Arte.
Antonio Mecca

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