RICORDANDO SERGIO LEONE IL REGISTA DEL WESTERN ITALIANO

Ricorre quest'anno il trentennale della morte di Sergio Leone, nato a Roma il 3 gennaio 1929 (coetaneo dunque di Audrey Hepburn e Anne Frank) e morto: sempre a Roma, il 30 aprile 1989. Figlio di Vincenzo Leone, che nel cinema muto svolse la professione di regista e di attore con il nome d'arte di Roberto Roberti, e di Bice Waleran, attrice romana nata da famiglia milanese originaria dell'Austria, Sergio Leone inizia a muovere i suoi primi passi nel cinema a partire dalla fine degli anni '40 come comparsa (è uno dei preti tedeschi che corrono sotto la pioggia in una bella sequenza di "Ladri di biciclette", di Vittorio De Sica, 1948). "Quo Vadis?", 1951 diretto dall'americano Mervyn Le Roy, fu uno dei tanti film ai quali il giovane Leone collaborò come aiuto regista, poi con Mario Bonnard fino a quel 1959 in cui subentrò al regista che ammalatosi dovette cedergli le redini del film che stava dirigendo: "Gli ultimi giorni di Pompei". Due anni dopo Sergio esordirà ufficialmente nella regia con un altro film storico: "Il colosso di Rodi". Dovranno poi passare tre anni quando nel 1964, viene realizzato il progetto del primo western italiano "Per un pugno di dollari". Occorre precisare che questo non fu il primo film imitativo di un genere che nasce e si sviluppa in America soprattutto perché si avvale di location che lì si trovano ma anche perché il West è cosa loro. Certamente i film di questo genere affascinante per un insieme di cose quali il coraggio, la lotta contro i cattivi, le scene d'azione, le corse dei cavalli, i panorami suggestivi e bellissimi che la natura dell'America del Nord è in grado di offrire, le musiche furono da Hollywood rimaneggiati distorcendone, o meglio raddrizzandone la realtà storica analogamente a quanto già era stato fatto da noi con la creazione di leggende che partivano magari da un fatto reale per poi sformarsi, o meglio: trasformarsi in auree vicende i cui protagonisti erano eroi senza macchia e senza paura. Leone e i suoi sceneggiatori Tessari e Di Leo ricavarono la storia da un film del giapponese Akira Kurosawa uscito nel 1961: "La sfida del samurai", tanto che quando il film uscì conquistando un successo dapprima nazionale e poi internazionale, Kurosawa fece causa al regista del western nostrano riuscendo poi ad ottenere una percentuale sugli incassi. In realtà anche lui aveva ricavato il film da una storia già preesistente: quella di "Red Harvest", dell'americano Dashiell Hammett, romanzo pubblicato nel 1929, che per molti anni Bernardo Bertolucci sperò di trasformare in un film da lui diretto. Sebbene però, come si diceva, "Per un pugno di dollari" non fu il primo western italiano - altri lo precedettero, come "Le pistole non discutono", "Il segno del coyote" (entrambi interpretati dalla brava Giulia Rubini) "Cavalca e uccidi", ecc.- il film di Leone fu il primo a distinguersi come qualità di regia. I primissimi piani del volto degli attori; le scene di efferata violenza; la crudeltà dei cattivi che si divertivano a procurare dolore e morte alle loro vittime (un po' come quei giovani bastardi che usano sottomettere poveri cristi per i loro sporchi sollazzi, beandosi, vigliacchi come sono, sulla qualità della loro forza numerica basata sulla quantità degli zeri che altro non sono); le sparatorie anche esagerate con un alto numero di vittime. Leone affermava di essersi ispirato alla sguaiataggine e al bullismo dei romani di Trastevere, quartiere dove era nato e cresciuto. Il film venne realizzato a basso costo e girato in esterni in Almeria dove anni dopo il regista italiano fece costruire un villaggio western che porterà il suo nome. Nel cast i nomi di regista e attori saranno anglicizzati. Abbiamo così Leone che si firmerà Bob Robertson (cioè Bob figlio di Robert, dal nome d'arte del padre); Gian Maria Volonté il cui nome d'arte sarà quello di John Wells; Ennio Morricone, invece sarà Leo Nichols. In questo film l'unico nome autenticamente americano è quello del protagonista Clint Eastwood. L'anno dopo, visto il grande successo del film, quello seguente: "Per qualche dollaro in più", avrà tutti i nomi degli interpreti italiani non più americanizzati. In questo secondo film della trilogia del dollaro ci sarebbe dovuto essere Lee Marvin nel ruolo del co-protagonista, ma quando gli si ventilò l'occasione di lavorare al fianco (e che fianco!) della bella Jane Fonda nel western "Cat Ballou" decise di scegliere questo film. Così Leone finì per optare e per cooptare un altro Lee: Van Cleef. Il suo viso, che era una maschera del male, fu certo molto efficace, ma l'interpretazione di Marvin sarebbe stata quella di un autentico attore. Così se nel primo film si ebbero una maschera: Eastwood, e un attore autentico: Volonté, in questo secondo le maschere furono due. E due si ebbero anche nel terzo: "Il buono, il brutto, il cattivo", dove oltre a Eastwood e Van Cleef ci sarebbe stato anche il grande Eli Wallach. In "C'era una volta il West" Leone avrebbe voluto ancora Clint, nel ruolo di Armonica, ma questi pensando che il ruolo di Henry Fonda fosse rispetto al suo superiore mancò di rispetto al suo scopritore e declinò l'offerta, consentendo l'ingresso a una maschera ancora più pietrificata di quella di Van Cleef, e cioè all'attore Charles Bronson. Seguirà poi nel 1971 "Giù la testa", che avrebbe dovuto essere interpretato da Eli Wallach; i produttori americani preferirono però a lui Rod Steiger, reduce da un Oscar. Nel ruolo affidato poi a James Coburn si pensò dapprima a John Wayne ma qui fu Leone a rifiutarlo, poiché aveva il timore che tutta l'attenzione del pubblico si sarebbe focalizzata sul divo americano che del western era la quintessenza. Prima del suo purtroppo ultimo film "C'era una volta in America": 1984, Leone produsse diversi altri film. Nel 1989 era pronto a partire per la Russia dove avrebbe girato un film sull'assedio di Leningrado, quando un infarto lo stroncò, a 60 anni. Lo stile di Sergio Leone è rimasto e rimarrà nel tempo e nella storia del cinema per la sua capacità di dirigere gli attori: principali e comprimari, e di rendere la loro presenza incisiva e decisiva nella pellicola. Soprattutto nei western i suoi personaggi sono tutti sporchi, rozzi, barbuti, simili fra loro sia che siano i cattivi sia che siano i cosiddetti buoni. Protagonista dei suoi film è la violenza, una violenza praticata senza infingimenti di sorta e il cui risultato non è una leggera macchia di sangue sulla camicia bensì una disgustosa ferita che porta alla morte o a una sofferenza lunga e terribile. Il suo sguardo sull'America è quello di un europeo innamorato del mito che lo trasfigura ma non lo sfigura, poiché seppure critico verso di esso finisce per infondergli nuova linfa che lo rivitalizza. Da questa lezione hanno tratto beneficio anche registi americani quali Sam Pekinpah, Walter Hill, lo stesso Clint Eastwood. Rivedere un film - soprattutto se in versione integrale - di Sergio Leone non è tempo perso ma è rivivere quel tempo perduto che il cinema italiano è stato negli anni '60 e '80 del Novecento.    

Antonio Mecca


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