SI PARLA ANCORA DEL MES, MA SI RINVIA

La gente che comincia ad affollarsi sotto gli ombrelloni certamente non si appassiona all'argomento del Mes, che rimane comunque di estremo interesse perché si tratta di capire cosa serve veramente al nostro Paese per risalire la china dopo la pandemia del Covid-19. 

Il Mes (Meccanismo europeo di stabilità), detto anche Fondo salva stati, è un trattato  creato nel 2012 dai Paesi dell'area euro, per mettere a disposizione prestiti ai Paesi membri colpiti allora dalla crisi del debito. Nel mese di aprile gli stessi Paesi, maggiormente colpiti dal dramma del coronavirus, hanno raggiunto un accordo sul Pandemic Crisis Support, gestito dal Mes, che prevede una linea di credito fino al 2% del prodotto lordo del 2019 di ciascun Paese. Per l'Italia il prestito consisterebbe in 36,7 miliardi di euro con interessi ancora più bassi rispetto alla precedente versione Mes, addirittura per la scadenza a 10 anni l'interesse sarebbe di 0,08; ciò  permetterebbe  al nostro Paese di risparmiare 4,8 miliardi rispetto a un prestito richiesto sul mercato.

I fondi Mes non prevedono condizioni se non quello che vengano usati per "spese sanitarie dirette e indirette", quindi anche per la prevenzione sanitaria, per l'assunzione del personale sanitario, la sicurezza dei luoghi di lavoro e per i bisogni delle scuole, quindi servono per aumentare la spesa sociale non per diminuire, come si è  fatto dappertutto negli ultimi decenni. I nuovi fondi per il Pandemic Crisis Support  non prevedono una sorveglianza, come nel salvataggio della Grecia da parte della cosiddetta Troika, ma un giudizio di conformità da parte della Commissione europea.   L'accesso di questo prestito avverrebbe subito e dopo aver valutato che il debito dello Stato da finanziare sia sostenibile. L'Italia sotto quest'aspetto è in regola.

Ma come mai, nonostante non ci siano vincoli e sottomissione al giudizio di terzi, prevalgono le ragioni del no al Mes delle nostre forze politiche? Per il no sono M5 Stelle, Lega, Fratelli d'Italia, favorevoli invece Pd, Italia viva, Leu,  Forza Italia e +Europa. Le ragioni prevalenti sfavorevoli al Mes nei partiti sovranisti e nazionalisti si spiegano forse per il sussistere di una loro prevenzione antieuropea, che dietro il rilascio del fondo comunitario si celino rigide condizioni di bilancio, come fu tra gli anni 2010 e 2012 per  Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro.

Il fronte del no potrebbe obiettare ancora:

"Perché altri Paesi non chiedono questo prestito, specialmente chi è in grave difficoltà economica come Spagna e Portogallo?". Risponde il giornalista Federico Fubini sul Corriere della Sera del 28 giugno: "Spagna e Portogallo  hanno una buona ragione che l'Italia non ha: pagano già  tassi d'interesse più bassi per finanziarsi sul mercato". Fubini segnala tra l'altro che il costo del debito di Cipro è  subito sceso dopo la notizia di un suo interesse al ricorso al Mes, perché questo fatto ha rassicurato gli investitori. 

Ritornando all' Italia, il governo Conte rinvia la decisione del Mes perché non ha i numeri in parlamento e soprattutto è tenuto a freno dai 5 Stelle. Secondo lui "Accedere al Mes per primi non si può. Nessun Paese l'ha chiesto e l'Italia non può mostrarsi debole agli occhi del mondo". Risponde piccato ad Angela Merkel che ricorda che il nuovo strumento Mes "non lo abbiamo attivato perché rimanga inutilizzato". Il premier  cerca alternative a livello europeo e soprattutto all'ultimo prestito più sostanzioso del Recovery Fund, che però si finanzierebbe dal 2021. 

Indipendentemente dalle fonti di finanziamento il nostro Paese, viste le diseguaglianze e storture nel sistema sanitario, dovrà identificare obiettivi chiari con programmi ben costruiti e tempi di attuazione certi, ciò che difficilmente è in grado di fare l'attuale maggioranza. Questo è  forse il motivo principale perché il governo Conte rinvia a settembre la decisione per il Mes e tenta altre strade. Dopo le prossime elezioni o si troverà un clima diverso di lavoro o ci sarà l'inevitabile sfaldamento dell'attuale maggioranza.


Luciano Marraffa


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