TRASFERTA AMERICANA 13

Il giovane sorrise, e i denti d’acciaio scintillarono sinistramente.

- Che nome ha detto…?

- Stoney William - ripetei, questa volta più lentamente.

L'impiegato prese a consultare il computer che si trovava alla sua destra, sul ripiano in legno sottostante la finestra. Io intanto mi guardavo intorno, dove qualche nuovo venuto era nel frattempo approdato.

- Risiedeva al numero dodici di Las Palmas Street, qui a San Diego - mi informò il giovane. - Ora vi si trova la moglie, Cynthia Carter.

- Bene. La ringrazio molto.

- De nada.

Strizzai l'occhio al mio collega e lasciammo così l’ufficio anagrafe e, più giù, anche la centrale di polizia.

I due agenti di prima erano stati rimpiazzati da altri due che bevevano, fumavano, parlavano ridendo e stridendo alla grande. La mia auto era ancora là dove l'avevo sistemata. Salii dietro al volante mentre Solmi si piazzava al mio fianco, come una spina a una presa di corrente che a me collegata potesse ottenere luce sulla vicenda della quale era stato incaricato di illuminare lo svolgimento.

La strada in questione era una via residenziale fiancheggiata da una ventina di ville a due piani inserite in giardini pseudo tropicali dove Bouganville, alberi del pepe, piante di jacaranda la facevano da padrone.

Qualche rara fontana in stile neoclassico lanciava in aria qualche ancor più raro zampillo d'acqua, alcune panchine in pietra grigia, sentieri talvolta inghiaiati arricchivano il giardino e impoverivano i locatari che dovevano pagare salato per avere l'acqua dolce e il mantenimento dei giardini presenti. 

Fermai l'auto oltre il dodici, in prossimità del diciotto. Quindi, con il collega italiano scendemmo e tornammo indietro. La via era tranquilla, e anche la casa al numero dodici, almeno in apparenza. 

Si trattava di una costruzione non curata, come l'intonaco azzurro scrostato lasciava vedere. Quell’azzurro sembrava appartenere a un cielo andato in frantumi per i troppi desideri inviatigli.

Pensai che la mancanza di una volontà maschile era evidente, e anche quella di una volontà femminile. Mi avvicinai al cancello in parte arrugginito, e lessi sul pilone destro la targa con il nome degli occupanti.

William Stoney - Cynthia Carter.

Suonai il campanello. Di lì a poco la porta di ingresso si aprì, sulla soglia comparve una donna. Era sulla sessantina circa, di altezza media e taglia doppia. Capelli biondi palesemente tinti, naso regolare, bocca un po’ troppo grande, mento leggermente a gradini. Quando mi fu di fronte potei notare il colore degli occhi: verde mare. Era un verde che mi pareva malvagio come quello di un gatto pronto a scagliarsi addosso alla propria vittima.

- Signora Carter? - le chiesi dopo che si era fermata e dopo che ebbe dato un’occhiata a me e al mio collega.

- Ebbene?

La voce era roca, come di chi è uso fumare decine di sigarette al giorno, cosa questa che i denti non propriamente del candore bianco perlaceo stavano a dimostrare.

- Siamo due detectives privati - spiegai, - e vorremmo farle qualche domanda inerente una persona che potreste avere conosciuto al Mount Hope Cemetery.

L'espressione sul suo volto mutò, come se la malvagità presente nei suoi occhi fosse dilagata lungo tutta la sua superficie.

- Non mi riesce di capire cosa volete da me - sibilò come un pitone che avesse inghiottito un esploratore e ancora dovesse digerirlo.

Dissi: - Il mio collega qui è stato incaricato di ritrovare una persona scomparsa a nome Marco Santini, che quattro giorni dopo il suo arrivo a Los Angeles: due settimane fa, non ha più fatto ritorno in hotel. Sappiamo che quel giorno: il due ottobre, di pomeriggio, si era recato al cimitero dove si trova la tomba di Raymond Chandler; sappiamo che ha comprato una pianta da portare sulla tomba in questione; sappiamo poi che anche lei, signora Carter, di lì a poco ne ha acquistata una simile. Non sappiamo ancora, però, dove vi siete recati una volta usciti dal cimitero.

Feci una pausa.

- Perché è al cimitero che vi siete incontrati, è così?

Cynthia Carter evitò di rispondere. E fu allora che Solmi esclamò: - Quell’orologio! Dove lo ha preso?

Osservai l’orologio, che la donna portava al polso destro come pressoché tutte le donne usano fare, chissà mai perché. Si trattava di un orologio maschile, di tipo classico, con caricamento manuale, risalente a molti decenni prima. 

La donna evitò di rispondergli e di guardarlo ancora. Poi fece dietrofront per rientrare in casa. 

- Frank! - esclamò Solmi. - Quello è l’orologio di Santini. Appare anche nella foto.

- Andiamo! - esclamai deciso. Scavalcai il cancello, seguito dal mio collega. La porta di ingresso della casa era stata chiusa a chiave. Essendo a prima vista non molto robusta, le mollai una spallata. Resistette. Alla seconda spallata invece cedette. Entrammo in un atrio confluente in un soggiorno che si intravedeva attraverso un ingresso ad arco. La donna non c’era. Mi precipitai oltre la stanza, seguito da Solmi. Dopo quella stanza c'era la cucina, e oltre la cucina si trovava una camera da letto. Era qui che la donna si era spostata, spostata come doveva essere la sua testa malata. Perché sul letto matrimoniale giaceva un uomo imbavagliato e legato alle sponde del letto, gli occhi fissavano me e il mio collega con un'espressione di spavento mista a speranza.

- Mister Santini? - chiesi.

Lui annuì con la testa con la poca forza che ancora doveva essergli rimasta.

La donna aveva impugnato una pistola di piccolo calibro ma pur sempre letale, che mi puntò contro.

- Bastardi! - sibilò come la serpe che era. - Non uscirete vivi da qui.

Premette il grilletto, la cui pressione accentuata dal dito indice era stata per me il preavviso a quello che di lì a poco sarebbe successo. Scartai di lato, alla mia sinistra, estraendo la pistola da sotto l'ascella. Nel mentre quella megera puntava la sua verso Solmi, puntai a mia volta e sparai. La colpii sul braccio armato, che ferito le fece mollare l’arma cadendo a terra. Solmi le fu subito addosso e con una gomitata al mento le fece rientrare i gradini per poi impadronirsi della pistola. Io m'appressai al capezzale dell'uomo, dove per prima cosa gli sfilai il bavaglio.

- Finalmente! - mormorò in italiano. Quindi proseguii nel liberarlo dal cordame.

- Adesso avviso la polizia - dissi. - Tu spiega al tuo compatriota cosa è successo in questi ultimi giorni - aggiunsi rivolto a Solmi.


Antonio Mecca


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