TRASFERTA AMERICANA 5

Alle porte del paese di Gravellona - paese che più che altro era un agglomerato di case privo di piazza e di altro - si trovava un centro commerciale. Dopo avere affrontato una rotatoria, e poi un'altra e un'altra ancora (l'Italia sembra essersi trasformata o sformata nel Paese delle rotatorie) svoltando a destra ecco l'indicazione della zona industriale. La freccia indicava a sinistra, oltre un ponte che per chi lavora è quasi sempre sinonimo di gradita vacanza.

Dopo averlo percorso mi immisi in una stradina fiancheggiata e sfiancata di capannoni industriali dove il lavoro ferveva. Trovai l'edificio della mensa aziendale, un blocco di cemento grigio squadrato come un pane di burro aggredito dalla muffa. Il capannone della ditta di materiale elettrico si trovava praticamente di fronte. E fu qui che mi fermai, per poi scendere dall’auto. L'edificio aveva le grosse porte spalancate, oltre le quali si intravedevano operai al lavoro intorno a grossi tubi dalle dimensioni di sommergibili. Un ufficio invece di dimensioni modeste era situato a destra dell'ingresso, e un uomo di dimensioni extralarge di fisico, un po’ meno di testa e forse quasi per nulla di cervello stava al suo interno.

Era del tipo “Faccio tutto io”; parlava al telefono, batteva sulla tastiera del computer, sollevava lo sguardo ceruleo tipo varechina diluita in acqua utilizzata per fare le lavate di capo ai suoi dipendenti, regolava la manopola della radio portatile per ricevere una frequenza che a lui interessava, con ogni probabilità il canale tematico di un programma inerente l'andamento della borsa. Riuscì a trovare il modo per occuparsi anche di me. Dimostrava una sessantina d’anni, mentre molti di più erano i danni che doveva avere fatto a discapito dell’umanità che lo circondava. Il ripiano della scrivania alla quale si appoggiava (o forse era la scrivania ad appoggiarsi alla sua autorevole persona) era pieno di bolle ricevute più numerose di quelle emesse da un palombaro emerso o della faccia di Polifemo colpito da morbillo.

Quando la mia figura di uomo che a volte è tutta d'un pezzo mentre altre invece no se e quando viene fatta a pezzi da qualche gran pezzo di delinquente si fu stagliata sulla soglia, il big boss alzò la faccia su di me. Feci un cenno di saluto e un accenno di sorriso di là dalla porta. Lui mi invitò a entrare. Eseguii facendo entrare insieme a me anche una parte di rumori che per lui dovevano rappresentare musica celestiale per le proprie orecchie terragne.

- Buongiorno - salutai. - Posso parlarle per qualche minuto?

L'uomo non rispose né sì né no, limitandosi a riagganciare il telefono fisso e a sospendere la battitura al computer.

- Mi chiamo Solmi - mi presentai. - Sono un investigatore privato - aggiunsi sottoponendo alla sua attenzione il documento che lo attestava. - Lei conosceva Marco Santini, vero?

- Certo. Lavora qui da quasi trent’anni.

- Lavorava bene?

Sembrò borbottare qualcosa.

- Per quello che gli si chiedeva di fare, cioè non più di tanto, direi che poteva anche andare.
- E difatti è anche andato: in America del Nord. Saprà già che si sono perse le sue tracce poco dopo essere

  approdato in California, a Los Angeles.

- Sì, l’ho saputo.

- Con lei ha avuto modo di parlare di questo suo viaggio?

- Me ne aveva soltanto accennato.

- E cosa le ha accennato?

- Che intendeva recarsi a Los Angeles e da lì visitare alcune località limitrofe.

- Quali?

- Non so, o non ricordo.

- Che poi è la stessa cosa. Potrei parlare con qualcuno dei colleghi di Santini?

- Va bene.

Aprì la porta del gabbiotto e invece di approfittare dell’occasione per volarsene via uccel di bosco, chiamò a gran voce: 

- Salvetti, c’è qui un signore che vuole parlare con te di Santini. - Poi, rivolto a me: - Vi lascio a discutere. 

  Buongiorno.

Salutai a mia volta mentre lui faceva rientro nel suo loculo che però lo faceva sentire vivo. Aveva assaggiato la libertà, ma non doveva essergli sembrata poi granché.

Salvetti dimostrava una cinquantina buona – buona si fa per dire – di anni, era alto e allampanato, con capelli e occhi neri, e una dentatura non perfetta e simile a uno steccato curvato in parte dagli zoccoli di un cavallo che ha saltato male l’ostacolo. Quando si avvicinò mi porse la mano di lavoratore: rugosa, callosa, sporca. Gli spiegai chi ero per poi dire:

- Lei che conosceva Santini, può dirmi qualcosa su di lui che possa aiutarmi a fare un po’ di luce sulla sua

  scomparsa?

- Non saprei proprio cosa dirle. Mi spiace.

Anche il suo volto sembrò atteggiarsi a un’espressione dispiaciuta.

- Le avrà confidato il motivo per il quale voleva recarsi proprio a Los Angeles – insistei.

- Era uno che leggeva molto – spiegò a me e tentò di spiegare a se stesso. – Soprattutto romanzi gialli, e

  soprattutto gialli americani. Gli piaceva in maniera particolare… Chandler, e ne citava spesso battute, frasi

  spiritose. Ecco, sì: voleva vedere i luoghi dove Chandler aveva vissuto. E vedere quello dove 

  aveva fatto muovere il suo personaggio.

- Marlowe - specificai.

- Marlowe - si.


Antonio Mecca

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