TRASFERTA AMERICANA 6

- Marlowe, sì. Era proprio un profondo conoscitore di Marlowe, ne parlava spesso con cognizione di causa

  perché spesso ne rileggeva le storie

- Sorrise. Poi disse: Era sprecato qui da noi, questo non era il suo ambiente.

- E quale era, invece?

- Il mondo della letteratura, quello dei giornali, per i quali molti anni fa aveva anche scritto. Giornali di

   provincia, ma pur sempre giornali.

- Non aveva una donna, degli amici?

- Che io sappia, no.

Era ormai sopraggiunto mezzogiorno, l'ora della pappatoria. Salvetti fece un cenno di intesa ad alcuni suoi colleghi in tuta che si stavano dirigendo verso l'uscita del capannone e poi all'entrata della mensa lì di fronte. 

- Va bene - dissi. - La ringrazio. Mi è stato utile. Non molto, avrei voluto aggiungere, ma era già qualcosa.

- Spero che Marco ritorni. È un bravo tipo.

Annuii ed uscii da quell'ambiente che non era il mio e di sicuro neanche quello della persona che mi accingevo a tentare di rintracciare. Salii sulla mia auto per raggiungere la vicina autostrada, da lì Milano e infine a casa.

Quando il pomeriggio del giorno successivo decollai dall'aeroporto di Malpensa il tempo era grigio, ma una volta nell'alto dei cieli l’azzurro ci avvolse come la carta da zucchero di un tempo lontano, quando lo zucchero venduto sciolto ai clienti. Fu un viaggio noioso perché troppo lungo, quindici ore, che cercai di far scorrere scorrendo le pagine di un romanzo avvincente o ripensando su quanto avevo appreso riguardo la figura di Marco Santini, intervallando questo riflettere e quella lettura a un qualche sonnellino forse di troppo breve durata. E, naturalmente, consumando un paio di pasti accettabili e qualche bevanda.

Atterrammo a Los Angeles il mattino dopo, e finalmente di lì a poco potei alzarmi per lasciare l'aereo e posare il piede al suolo. Il sole splendeva, ma non era la sua una luce sana, smagliante. Lo smog che gravava sulla città era sempre presente, seppur diminuito in parte negli ultimi anni. Dopo un'attesa per me interminabile ai check-in piazzati prima dell’uscita, finalmente riuscii a guadagnare l’esterno.

Faceva caldo, soprattutto dopo l'uso e l'abuso dell'aria condizionata, ma ero comunque adesso all'aria aperta, provvista anche di un refolo di vento. Una fila di Taxi stava in attesa, caricando passeggeri di continuo. Mi piazzai in coda e attesi il mio turno. Quando questo arrivò salii su un’auto guidata da un primate color antracite, un giovane sui trent'anni che avrebbe potuto sostituire agevolmente un giocatore di rugby. Gli rifilai dapprima il bagaglio, e poi l’indirizzo.

- Escamillo Drive, Sunshine Hotel.

L’autista ammiccò continuando a ruminare il suo chewing-gum alla fragola, e si piazzò quindi dietro al volante. Poi partì, lasciando la fila e l’aeroporto che grandissimo com’era si dimostrava in tutto e per tutto degno della grandissima città che lo ospitava. Dalla radio si diffondeva una musica rap che già il definirla musica era un insulto bello e buono. Era una musica che incitava alla rivolta: la rivolta nei confronti di chi stava rappando invece che zappando, dissodando il fango che ha dato origine all’uomo invece della terra che seminata dà origine alla vita. Osservai dai finestrini laterali il paesaggio suburbano scorrere via, senza nessun rimpianto da parte mia visto che era simile a quelli presenti nei pressi di tutti gli aeroporti del mondo e assenti ciascuno del minimo sindacale di bellezza.

Poi la città cominciò a palesarsi, dapprima in quartieri-paese, quindi sempre più megalopoli con strade larghe, arterie che intasate com’erano di traffico parevano quelle di un corpo umano otturate dal colesterolo. La noia della ripetitività che si moltiplicava sempre negli stessi edifici, nelle stesse palme, nelle stesse strade. Ripensai a quello che molti decenni prima un noto attore americano aveva detto nei riguardi ben poco riguardosi di Roma:

“È come un immenso cimitero”.

Forse; ma in quell’immenso cimitero c’è la testimonianza di un immenso passato sempre presente, avvolgente e coinvolgente tutti coloro che ne sanno cogliere le emozioni date da una città unica al mondo.

Antonio Mecca

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