UN CERBIATTO CON LA PELLE DE "LE IENE"

È trascorsa una settimana dai funerali di Nadia Toffa, giornalista televisiva di eccezionale bravura. Eccezionale anche come figura umana, persona capacissima nel proprio lavoro tanto da rimanere impressa nella nostra mente di telespettatori come un timbro di garanzia, e nel cuore di noi esseri umani per il suo modo di fare semplice, simpatico, alla mano, di quella cioè non se la tira, caratteristica quest'ultima fra le più odiose nella donna. Nadia ha continuato a lavorare al suo programma fino alla penultima puntata, dando tutta se stessa nella conduzione de "Le Iene", ridendo e scherzando come se nulla fosse, apparendo con parrucche di vario colore ma sempre meno intenso del suo sorriso splendente e dei suoi occhi lucenti, a volte in sovrappeso per via della chemioterapia a volte con il suo peso forma, riuscendo a realizzare anche qualche servizio giornalistico alla maniera di quelli da lei eseguiti alcuni anni prima. Secondo Davide Parenti, il papà delle Iene, lei era consapevole che non ce l'avrebbe fatta ma ugualmente cercava, tentava, di proseguire nel lavoro che tanto amava, che tanto le aveva donato in popolarità ma soprattutto in credibilità e affetto da parte del pubblico.
Magari Davide ha esagerato, magari Nadia sperava di poter guarire perché già altri ammalati ci erano riusciti. Resta il fatto che continuava in quel lavoro che era quasi tutta la sua vita con la dedizione di sempre, sfidando il male, o meglio, cercando con tenacia di contrastarlo. Nessuno, fra gli altri inviati pur bravi del programma, era suo pari grado, e dispiace dover constatare l'assenza ai funerali proprio delle sue colleghe, mentre fra gli uomini sono stati presenti quasi tutti. Così come dispiace constatare l'idiozia del cosiddetto popolo dei social, con la cretina che in piazza Duomo, a Brescia, chiede a Giulio Golia di poter fare un selfie insieme, fregandosene del dolore del giornalista e del rispetto dovuto a una ragazza morta ancora così giovane. Lei che non si tirava indietro quando la gente la fermava per strada nella sua Brescia, dispensando parole e sorrisi, come ho avuto modo di apprendere parlando con i suoi concittadini che l'avevano conosciuta. Dispiace anche notare come così tanti cosiddetti Vip, che a volte si potrebbe dire Veri imbecilli prezzolati, hanno postato loro commenti e foto sulla povera Nadia ma si sono ben guardati - a parte il rimirarsi sul web - di partecipare di persona alle esequie di una ragazza buona e semplice, infinitamente più grande di loro. Si dice, fra le cretinate in voga, che la donna possiede una marcia in più. Be', in questo caso, Nadia Toffa di marce ne possedeva un intero cambio, che l'hanno fatta procedere velocemente rendendola unica nel panorama dei personaggi femminili del piccolo schermo. In lei si è verificato in pieno ciò che scriveva l'antropologa Ida Magli a proposito della generosità della donna, la quale va intesa anche come esagerazione, non sempre e solo positiva. Ho avuto modo di parlarle soltanto una volta, quando l'ho incrociata in uno studio televisivo di Cologno Monzese. Stava conversando, e mi sono preso la libertà di intromettermi per farle i miei complimenti più sinceri per il suo modo di lavorare da giornalista d'assalto. Lei aveva sorriso e mi aveva parlato per qualche minuto, sempre con la sua carica positiva, sempre con quella sua simpatia profonda che proviene dall'anima. Era forse il 2014, anno di pubblicazione del suo bel libro sulla ludopatia "Quando il gioco si fa duro", che stupidamente avrei acquistato e letto soltanto tre anni dopo la sua uscita. L'ho letto (e adesso riletto) con grande interesse e piacere, poiché Nadia Toffa si rivelò anche un'ottima scrittrice. Poco tempo prima, durante la mia precedente professione di cameraman, l'avevo inquadrata ospite della D'Urso a "Pomeriggio 5", e spesso zoomavo sul suo bel viso perché il regista mi chiedeva di farlo, dato che quella "ragazzetta" gli piaceva molto. E in questo mi trovava perfettamente d'accordo. Poi, a trasmissione conclusa, l'avevo vista fuori dallo studio dirigersi presumibilmente nella sua redazione. Le ero sufficientemente vicino da poterne scorgere il viso sul quale transitavano sentimenti di gioia e di soddisfazione, mai becera e strafottente bensì sempre semplice e gentile, mai irritante. La tua parabola, Nadia, è stata breve ma intensa, e ha lasciato uno strascico luminoso per via del segno da te impresso nei tuoi servizi televisivi e nella conduzione del programma "Le Iene", nonché nei due libri che hai pubblicato. Tu eri tutt'altro che una iena; se mai un dolce cerbiatto che non ha mai prevaricato su nessuno ma ha donato affetto, speranza e gioia in chi ha avuto il privilegio di conoscerti.

Antonio Mecca