UNA STORIA METROPOLITANA

Di Albertina Fancetti
Puntata quindici


Martina aveva finito la scuola con risultati superiori rispetto a quelli dell'anno precedente. La sua storia con Michele si avvicinava alla data del primo anniversario. Nonostante le continue discussioni con la mamma, il suo rapporto con il ragazzo era continuato pur con molte difficoltà. Se ne stavano abbracciati sulla panchina all'ombra della pianta, mentre Nino si aggirava nervoso per i giardinetti, cercando di vendere a qualcuno la macchina fotografica giapponese che aveva scippato quella mattina in un parcheggio del centro. Lui e Cecilia erano stati cacciati di casa e vivevano con tre gattini in una vecchia Mercedes parcheggiata sul viale sotto le piante. Qualcuno affermava di avere visto Cecilia, in attesa di clienti, sul marciapiede nei dintorni della stazione. Da molto tempo non si avevano notizie di Sabina, Marco raccontava che la ragazza era stata sorpresa dai suoi familiari mentre si bucava nel bagno, ed era stata accolta presso una Comunità in provincia di Pesaro. Michele continuava a lavorare al cantiere seppur in modo saltuario, e nessuno sapeva come facesse a procurarsi il denaro per la roba. Martina non faceva che pregarlo di smettere di bucarsi, ma lui non l’ascoltava. Videro Nino tornare trionfante verso la panchina sventolando tre banconote, era tutto quello che era riuscito a ricavare dalla vendita della macchina fotografica, che valeva molto di più. Si sedette sul motorino di Marco e se ne andò con lui a comprare le tre dosi che equivalevano a quella cifra. Tornò poco dopo e si appartò dietro il tronco dell'albero a bucarsi, dopo di che si sedette con la testa ciondoloni ai piedi della pianta. Vedendo l’amico, anche a Michele ne venne la voglia e lo innervosiva la presenza di Martina, si tolse la bustina di stagnola dalla tasca dei jeans e si rivolse a Nino per farsi prestare la siringa. Veloce come il lampo, in un impeto di rabbia, Martina gli strappo la bustina di mano, aprendola e mettendosela sotto il naso per sniffarla.

«Così almeno capirò che cosa si prova!» dichiarò con amara decisione.

Michele arrabbiatissimo le diede due ceffoni sul viso, lasciandole sulle guance dei vistosi segni rossi.

«Non ci devi neanche provare! Ti ammazzo se prendi quella porcheria!» urlò scuotendola, sembrava veramente più preoccupato dal gesto della ragazza che dalla perdita della dose. Ma ormai Martina non avvertiva più nulla, l'effetto della droga fu fulmineo su una persona che non ne aveva mai fatto uso. Si accasciò sull'erba con gli occhi ridotti a due fessure navigando nell’oblio, lasciandosi invadere da un senso di assoluta indifferenza per tutto ciò che la circondava, compreso Michele. Si riprese dopo diverso tempo, quando le ombre della sera cominciavano ad allungarsi sul cemento della pista di pattinaggio. Michele la guardava ancora preoccupato, lei si sentiva stordita. Nino si era iniettato tutte e tre le dosi.  La sua anziana madre, avvertita da chissà chi, stava cercando di riportarlo a casa sorreggendosi penosamente.

«Guarda quel pazzo!» disse Michele. «Vuoi finire come lui?»

«A me lo dici? Pensa a te stesso!» replicò Martina.

«Andiamo, ti accompagno a casa e speriamo che tua madre non si accorga di nulla» Michele le mise un braccio intorno alle spalle e insieme si incamminarono verso l'abitazione della ragazza.

«Se Michele non può venire con noi in Sardegna, non ci vengo neanch’io» affermò Martina durante un ennesima discussione con la madre. Carla Calvi era esasperata dal comportamento della figlia, la situazione era sempre più difficile da gestire e lei si sentiva con le spalle al muro. 

«Ormai ho diciassette anni e io e Michele stiamo insieme da più di un anno, credo che sia arrivato il momento che tu lo accetti!» Insistette Martina.

«Non posso accettare che mia figlia stia con un drogato, e comunque non voglio che papà lo sappia!» urlò sua madre.

«Michele non si droga!» mentì Martina alzando la voce. «Vedrai che si comporterà benissimo».

L’arrivo di Davide pose fine alla discussione e Martina ne approfittò per uscire di casa.

«Che succede mamma?» domandò Davide. 

«Vuole portare il suo ragazzo con noi in Sardegna…ma ti rendi conto?» rispose la madre.

«Magari sarà meglio conoscerlo e vedere veramente di che persona si tratta… Non credi?» suggerì il figlio. 

«Forse hai ragione tu, ne parlerò a tuo padre… siamo ancora in tempo a farci cambiare il cottage con uno più grande». Accettò Carla arrendendosi all’inevitabile.

La sera prima di partire per Olbia Michele la passò ai giardinetti insieme agli amici per farsi l'ultimo buco. Martina era partita da una settimana ed erano rimasti d'accordo che lui l'avrebbe raggiunta nel noto villaggio del Club Med dove lei alloggiava con la famiglia. L'idea di confrontarsi con i parenti della sua ragazza lo metteva molto a disagio, tuttavia una parte di lui desiderava ardentemente cambiare vita e assaporare il lusso di una vacanza d'elite. Aveva sempre amato il mare e sapeva nuotare come un pesce, l'unico problema era fare a meno della droga per le due settimane durante le quali sarebbe stato ospite della famiglia Calvi, ma anche se la cosa lo spaventava pensava che avrebbe potuto farcela. Quando scese dalla nave vide tra la folla Martina che era venuta a prenderlo al porto accompagnata dal padre e dal fratello. Michele salutò tutti presentandosi con la solita cordialità , abbracciando Martina in modo affettuoso, ma molto rispettoso. Nessuno si accorse che Davide era mortalmente impallidito… aveva riconosciuto in Michele, il ragazzo che lo aveva rapinato quella sera d'estate dell'anno precedente. Decise di non parlare con nessuno dell'accaduto, ma lo shock era stato forte. Era seriamente preoccupato per la sorte della sorella e per il pericolo che correva la sua famiglia portandosi in seno un delinquente come il suo ragazzo. 

«Che cos’hai figliolo? Sei pallido come un morto! Preferisci che guidi io ?» domandò suo padre. 

«No grazie papà, è stato solo un attimo… Forse il caldo» rispose Davide preferendo concentrarsi sulla guida, piuttosto che essere costretto a sostenere una conversazione con Michele.

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