VERSO IL CONGRESSO DEL PD

«Questo è un congresso molto importante perché viene dopo una sconfitta elettorale pesante. Inoltre, facciamo il congresso in una situazione molto preoccupante per l’Italia perché, per la prima volta in Europa, nel nostro Paese si sta sperimentando un Governo sovranista, composto da forze populiste. Molte delle cose che ci siamo detti in passato e molti schemi su cui ragioniamo, con questo scenario, saltano. Siamo di fronte a  una situazione assolutamente nuova. Penso, quindi, che in questo congresso, ognuno di noi abbia una grande responsabilità, che è quella di essere all’altezza dell’importanza di questo passaggio, sapendo che solo parlando al Paese il nostro dibattito può diventare utile. Se il 3 marzo dovessero partecipare alle primarie poche persone e non dovesse arrivare il segno che il PD può tornare a essere l’interlocutore e la speranza per tante persone che oggi sono contro il Governo M5S-Lega ma non trovano un punto di riferimento, si aprirà uno scenario ancora più pericoloso». Lo ha detto il senatore Franco Mirabelli, vicepresidente del Gruppo PD al Senato, intervenendo alla Convenzione del Circolo PD Gino Giugni, nel quartiere di Affori a Milano.
Entrando nel vivo della discussione congressuale, Mirabelli, sostenitore della candidatura a Segretario di Nicola Zingaretti, ha affermato: «Abbiamo bisogno di un partito che discute e che si confronta, mentre in questi anni ci siamo abituati all’idea che la discussione dentro al partito è il litigio non il confronto tra idee in cui ognuno cerca di ascoltare l’altro per capire qual è la sintesi tra posizione diverse. La condizione per l’unità è che ci deve essere un partito che sceglie e discute, non che litighi; in cui l’attenzione è sempre sul Paese non su di noi. Parliamo troppo spesso di noi e troppo poco del Paese. Dobbiamo poi chiudere la fase dei “liberi tutti”, in cui ciascuno fa ciò che vuole ma, allo stesso tempo, dobbiamo chiudere anche la fase in cui chi non è d’accordo è un “gufo” o un disturbatore del manovratore. Abbiamo bisogno di un partito plurale, aperto, che cerca la sintesi, non un “partito del leader” ma un “partito con il leader”; in cui il confronto di idee si conclude facendo una sintesi. Serve un partito in cui non si esaurisce tutto con le tifoserie sui social network ma un partito che discute. Serve un partito che recuperi il valore di una grande parola che è “ascolto”, che abbiamo perso tra di noi ma soprattutto con la società. Dobbiamo tornare ad avere una capacità di ascolto». 
«Personalmente sono convinto che il PD è stato protagonista di un'importante stagione di Governo. Sarebbe assurdo se dicessi il contrario di ciò che ho detto un anno fa. Tuttavia penso anche che non si possa fare finta di niente rispetto all’esito elettorale del 4 marzo. Nonostante tutto quello che abbiamo fatto, abbiamo preso il 18% alle elezioni. Si è, quindi, rotto un rapporto tra noi e una parte della società e una parte del Paese. Abbiamo subìto una sconfitta storica e, per tornare in sintonia con le domande che vengono dai cittadini a cui evidentemente non abbiamo risposto, dobbiamo capire le ragioni della sconfitta ma, soprattutto, dobbiamo sapere che quelle ragioni impongono un cambiamento, una rifondazione del Partito Democratico».  
«Il tema è come ricostruiamo il Partito Democratico in un quadro diversissimo da quello che abbiamo conosciuto, diversissimo da quello in cui è nato il PD - ha detto Mirabelli. - Come costruiamo una proposta dei riformisti in un quadro che è tutto mutato e assolutamente inedito? Siamo in uno scenario inedito perché non c’è neanche più il sistema maggioritario: l’abbiamo fatta noi la legge elettorale proporzionale e oggi abbiamo il 18%. L’idea del partito a vocazione maggioritaria, quindi, in questo momento non è riproponibile. Siamo anche di fronte a un Governo sovranista che pregiudica il futuro dell’Italia e quando emergerà il disastro che hanno fatto con la manovra economica, cercheranno di spiegare che di fronte all’emergenza bisogna restringere gli spazi di libertà e democrazia. I sovranisti, insieme M5S e Lega, stanno mettendo mano alla qualità della nostra democrazia. C’è, dunque, un problema di tenuta del quadro istituzionale. E c’è una domanda che viene dal Paese: date un punto di riferimento all’opposizione. Questa domanda non si risolve guardando indietro pensando di riproporre ciò che è stato fino all’altro ieri né ciò che è stato fatto trent’anni fa. Questa domanda si risolve soltanto guardando avanti in modo diverso». 
Rispetto alla discussione che ha tenuto banco sui giornali riguardante l’uso del simbolo del PD alle elezioni europee, Mirabelli ha chiarito: «Tutti hanno sostenuto la tesi che bisogna costruire un’aggregazione ampia e una lista ampia che aggreghino tutte le forze che hanno un’idea comune di Europa per contrastare i sovranisti. In questa discussione a prendere le decisioni sarà il futuro gruppo dirigente del PD ma decideranno anche gli altri interlocutori e dire che il “simbolo non è un dogma” non significa che si voglia rinunciare al simbolo ma semplicemente che si deve fare una discussione con gli altri. Tutti i candidati hanno firmato appelli in cui si sostiene di dover fare una lista aggregata».  

 

 Diana Comari
Collaboratrice Sen. Franco Mirabelli


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