SCRITTURA E SCENEGGIATURA DI RAYMOND CHANDLER

Ha concluso la sua vita sessant'anni fa lasciandosi i suoi famosi romanzi

Cade quest'anno il sessantesimo anniversario della morte di Raymond Chandler, avvenuta il 26 marzo 1959. Chandler era nato il 23 luglio 1888 a Chicago, da padre americano e madre irlandese. All'età di otto anni la madre lo condurrà con sé a Londra, dove gli farà frequentare il prestigioso Dulwich College. Chandler tornerà alla fine della prima guerra mondiale in  America, stabilendosi a Los Angeles e ristabilendosi successivamente dal punto di vista economico dapprima con i proventi derivatigli dalla scrittura di racconti e romanzi polizieschi, e poi soprattutto con i soldi ricavati dalla cessione dei diritti alle case di produzione cinematografiche. L'esordio al cinema avvenne nel 1942 con "Addio, mia amata", film tratto dal suo secondo romanzo con Marlowe pubblicato due anni prima. Una seconda versione di questo bel romanzo verrà realizzata nel 1945, e l'attore che presterà il proprio volto è Dick Powell, il quale sempre in quell'anno sarà protagonista di una versione radiofonica del film. L'anno successivo ecco apparire quello che da sempre viene considerato il migliore degli adattamenti cinematografici tratti da un' opera di Chandler: "Il grande sonno", con Humprey Bogart nei panni del detective privato. Chandler ne rimase soddisfatto, sebbene in una sua lettera del 1951 dichiarò al suo corrispondente: "Se avessi mai occasione di scegliere l'attore cinematografico più adatto a impersonarlo, credo che sceglierei Cary Grant".
Grant, inglese di origine così come Chandler era americano di origine. Grant, che in una foto di Chandler giovane sembra somigliargli nei tratti del viso. In realtà il Marlowe impersonato da Bogart è brutto e anche non poco sgradevole per l'abitudine - probabilmente concertata con il regista del film Howard Hawks - di toccarsi spesso i denti come a voler far capire agli spettatori che è intento a riflettere. Forse, chissà: stuzzicandosi gli incisivi, pensavano  di mostrare quanto incisivo fosse il personaggio. Nel 1947 si avrà la trasposizione cinematografica del quarto romanzo con Marlowe: "La signora nel lago", dove regista e protagonista sarà Robert Montgomery, il quale mostrerà Marlowe soltanto quando il personaggio verrà riflesso da uno specchio. Insomma: è come se il protagonista dei romanzi: l'io narrante, venisse introiettato nella macchina da presa.
Sempre in quell'anno toccherà a un altro Montgomery: George, di impersonare l'investigatore privato americano nella versione cinematografica di "Finestra sul vuoto". Poi dopo un salto di oltre vent'anni, ecco nel 1969 James Garner nuovo Marlowe sullo schermo con la trasposizione de "La sorellina". Nel 1973, a vent'anni esatti di distanza dall'uscita del capolavoro "Il lungo addio", ci sarà una versione tutt'altro che capolavoro con Elliott Gould scanzonato Marlowe che somiglia all'originale come un cactus a un'orchidea.
Due anni dopo, terza versione di "Addio, mia amata", dove Marlowe sarà questa volta il maturo: all'epoca cinquantasettenne, Robert Mitchum, probabilmente il Marlowe migliore apparso sullo schermo. Che tornerà di lì a tre anni con una nuova versione de "Il grande sonno", questa volta ambientata in Inghilterra. Occorre dire che Chandler lavorò alla sceneggiatura di un film tratto da una sua opera solo una volta, nel 1947, quando prese a scrivere la versione cinematografica de "La signora nel lago". Dovette però lasciarla successivamente al collega Steve Fisher, che la rivide e la accorciò, tanto che Chandler decise di ritirare il proprio nome come sceneggiatore. Lo scrittore aveva esordito quattro anni prima sceneggiando con Billy Wilder il film "Doppia indennità", tratto dal romanzo di James Cain, scrittore disprezzato da Chandler perché da lui definito "un concentrato di tutto quello che odio in uno scrittore... un Proust in tuta bisunta, un marmocchio sporcaccione con un pezzo di gesso in mano davanti a una staccionata mentre nessuno lo vede. Tipi così sono le immondizie della letteratura, non perché scrivano cose sporche, ma perché lo fanno in modo sporco. Non una frase forte, pulita e fredda e ariosa. Un bordello che sa di profumo da quattro soldi nella saletta anteriore, con un secchio di acqua sporca sulla porta del retro". (traduzione di Marina Premoli).
Povero Cain! A tre sceneggiature Chandler lavorerà da solo: nel 1946 per "La dalia blu"; nel 1947 per "Playback", film mai realizzato di cui lo scrittore scriverà due versioni una delle quali riutilizzata per comporre l'ultimo e purtroppo mal riuscito romanzo con Marlowe; nel 1950 per "Stranieri in treno", tratto dal romanzo di Patricia Highsmith, che verrà poi riscritto da una sceneggiatrice per volere di Hitchcock. E qui finirà la carriera di sceneggiatore di Raymond Chandler ma non quella di scrittore, perché nel corso degli anni '50 usciranno due altri suoi romanzi: il già citato "Il lungo addio" (il suo più lungo e migliore romanzo) e "Playback" (il suo più corto: anche perché a corto di idee, e peggiore perché nell'andamento della storia detiene uno stile traballante perché claudicante). E, poi, un racconto vero e proprio: "La matita", con Marlowe, che il suo creatore scrisse nell'ottobre del 1958 ma non consegnò a un editore forse perché non soddisfatto del risultato o forse perché: non riuscendogli di andare avanti con il nuovo romanzo: sempre con Marlowe, pensava magari di tornare indietro con un procedimento di playback utilizzandone la trama. Il nome di Raymond Chandler progredì sempre più a partire dalla fine degli anni '30, e in quello della sceneggiatura -pur non brillando come nella narrativa- riuscì ugualmente a produrre film che pur non risaltando come i suoi romanzi e racconti risultarono comunque piacevoli da vedere o anche solo da leggere. Perché in lui la scrittura era magia, e quando era in vena l'incantesimo si compiva sia da parte sua sia da parte chi lo leggeva. 
Antonio Mecca