IL TEMPO DELLA LIBERTÀ

Riflessioni intorno all'omelia del cardinale Delpini del 15 marzo 2020

La Santa Messa per la terza domenica di quaresima, a Milano si celebra nella cappella di San Giuseppe ai padiglioni all'interno del complesso del Policlinico.

Scelta che richiama il valore dell' assistenza a tutti i malati, vocazione che il Policlinico ha dalla sua fondazione. Scelta del cardinale che ha così voluto unirsi con la preghiera a tutto il personale sanitario che combatte ogni giorno contro il virus. Nelle condizioni che conosciamo grazie alle immagini del telegiornale.

Il luogo
La cappella, che in realtà è una chiesetta, è in mattoni rossi, come da tradizione meneghina:
È stata inaugurata a marzo del 1938. Ha uno stile interno ed esterno sobrio, essenziale.

Le vetrate ai lati dell'altare, raffigurano i santi che, nel corso della loro vita, si sono adoperati per il prossimo incrociando la scienza medica: San Camillo de Lellis, Santa Agnese, Suor Bartolomea Capitanio e San Vincenzo de' Paoli. Mi ha colpito molto l'espressione usata dal cappellano che, nel descrivere questo luogo, ha detto che qui le persone trovano un "un cappotto di bene".

La liturgia

Monsignor Delpini è accompagnato dai sacerdoti della cappella. Per le letture si alternano due medici, un uomo e una donna, del Policlinico. Nel leggere le intenzioni di preghiera in cui si ricordano lo sforzo e il sacrificio di tanti medici e forse pensando ai tanti colleghi/amici in prima linea in queste ore, la voce, leggermente, si incrina.  

L'omelia di Delpini parla della libertà.

Per effetto del coronavirus, c'è un prima e un dopo della nostra libertà.
Prima c'era la libertà intesa come "faccio ciò che ritengo giusto per me".

Ora ci dovrebbe, perché purtroppo non è così ma sono fiduciosa nel prossimo, essere la libertà di agire in modo consapevole sulle nostre scelte e sugli effetti che hanno sugli altri.

Altri, che non sono gli estranei. Sono i figli, i coniugi, i genitori, i nonni per chi ha ancora la fortuna di averne.

Permettetemi una nota molto personale.
Io non ho più i genitori. Se ne sono andati entrambi per malattia.

Io e mio fratello li abbiamo assistiti fino al momento dell'abbandono finale, quello in cui senti il respiro che si ferma.

Così facendo, noi abbiamo accudito loro, così come loro hanno potuto fare, finché sono stati in grado di farlo.

Eleanor

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