PIU' LAVORATORI MA MENO LAVORO

a cura di Fondazione Anna Kulishoff

L'ISTAT ci dice che cresce il numero delle persone occupate. E' una buona notizia, anche se prima di enfatizzare sarebbe bene mettere a fuoco alcuni dati: i contratti a tempo indeterminato crescono dello 0,2% rispetto al mese di aprile. Ma i contratti a termine crescono dello 0,4%, e gli autonomi, a trattamento fiscale di favore, crescono dello 0.6% (come il solito corre la domanda: sono nuovi lavoratori indipendenti o ex dipendenti riconvertiti per ovvie convenienze fiscali?). Non solo: su base annua (quindi rispetto a maggio 2018) i lavoratori stabili crescono dello 0,4%, ma quelli a termine dello 0,6%. Non sembrerebbe un risultato fenomenale, anche se senz'altro positivo. Soprattutto pare indicare che il Decreto Dignità è riuscito solo marginalmente a modificare i rapporti tra assunzioni a termine e assunzioni a tempo determinato: la crescita delle prime è ancora superiore alla crescita delle seconde. Inoltre i contratti permanenti sono tornati quasi ai livelli pre crisi e paiono essersi stabilizzati poco sotto quota 15 milioni, mentre i contratti a termine continuano a crescere, sia pure a ritmi più contenuti, e sono ormai oltre il 30% in più del periodo pre crisi: come abbiamo spesso detto, le dinamiche del mercato del lavoro non possono essere piegate a piacimento dalla volontà politica...


Molte feste perchè il tasso di disoccupazione scende di 0,2 punti, ma come sempre questo dato è da prendere con le pinze e valutarne bene le sfaccettature: in particolare stavolta è da segnalare che il risultato positivo è dovuto all'aumento degli occupati mentre è rimasto fermo il tasso di inattività; è dal mese di Settembre 2018 che sta tra il 34,3% e il 34,4%: sostanzialmente invariato. Poichè questo indicatore è composto dalla somma di persone che né lavorano né cercano lavoro (pur essendo in età da lavoro) dimostra che non si riesce a raschiare il fondo del barile: un terzo della popolazione, che potrebbe essere coinvolta nel mercato del lavoro, ne resta esclusa ( o si esclude). Che è esattamente il contrario di quello che servirebbe per avviare una politica di crescita.

Ma c'è un altro dato, che potremo acquisire quando INPS pubblicherà i dati sui flussi assunzioni – cessazioni, ossia quanti dei nuovi assunti sono part time. Probabilmente molti, se verranno confermati i dati del primo trimestre. Il che confermerebbe c'è un punto debole della conclamata crescita occupazionale.


Il punto debole è che le ore lavorate non crescono in proporzione al numero degli occupati. Le ore totali lavorate nel primo trimestre 2008 ( prima dell'inizio delle crisi) erano state quasi 11,6 miliardi. Quelle del primo trimestre 2019 sono un po' sotto gli 11 miliardi (esattamente la differenza è di 555 milioni di ore). Ma, posto che il numero degli occupati è quasi pari a quello ante crisi, vuol dire che è molto basso il numero di ore lavorate per addetto; infatti dalle Serie Storiche ISTAT ricaviamo questo dato: fatto 100 le ore lavorate pro capite nel 2015 (crisi piena) erano salite a 103,5 nel secondo trimestre 2018, ora sono scese a 102. La diminuzione delle ore lavorate pro capite spiega due fenomeni, che altrimenti sarebbero incompatibili con una crescita occupazionale: la sostanziale stagnazione del PIL, documentata e prevista; la stagnazione dei salari, che dal 2012 sono cresciuti soltanto dello 0,16% annuo.


In definitiva, i dati ISTAT trionfalmente esibiti comunicano indicazioni più realistiche. Se vogliamo tirare le somme e tentare una fotografia del momento, troveremmo che il Paese è rimasto fermo ad una (giusta) strategia difensiva contro la distruzione dell'occupazione. Redistribuire il lavoro esistente in una situazione di emergenza è una scelta saggia. Questo è stato il significato del part time, anche involontario, praticato nelle imprese negli anni della crisi. Ma, finita la crisi, la strategia dovrebbe cambiare: continuare a redistribuire il lavoro esistente non favorisce lo sviluppo, ma crea decrescita.